Dal regista di 20 Days in Mariupol, nelle sale italiane dal 19 al 21 gennaio distribuito da Wanted
Dopo aver raccontato al mondo l’assedio di Mariupol col documentario che gli valse l’Oscar nel 2024, Mstyslav Chernov torna sul fronte ucraino con 2000 metri ad Andriivka, presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screenings. Non è un semplice seguito ideale del film precedente, ma un cambio radicale di prospettiva: se prima lo sguardo era rivolto ai civili intrappolati nella distruzione, ora la macchina da presa avanza insieme ai soldati, condividendone il respiro, la paura e la fatica.
Il documentario segue un plotone ucraino impegnato in una missione tanto semplice nella formulazione quanto disumana nella pratica: percorrere due chilometri di foresta minata per riconquistare Andriivka, un villaggio strategico nel Donetsk ridotto a un cumulo di macerie. In questo spazio ristretto, il tempo perde ogni significato. Non esistono più giorni o ore, ma solo metri conquistati o persi, a costo di vite umane.
Chernov costruisce il racconto attraverso materiali rarissimi: immagini catturate dalle bodycam dei soldati, dalle GoPro fissate ai caschi, dai droni che sorvolano un territorio sempre più spoglio e annerito. Il risultato è un livello di immersione che ridefinisce il concetto stesso di cinema di guerra. Qui non c’è distanza, non c’è mediazione: lo spettatore si trova letteralmente “dentro” lo scontro, con un coinvolgimento che a tratti diventa quasi insostenibile.
Il paesaggio, inizialmente verde, si trasforma progressivamente in una distesa post-umana che richiama le fotografie della Prima guerra mondiale: alberi spezzati, cenere, fango, rottami. Andriivka, evocata fin dall’inizio come nome carico di significato, si rivela alla fine come un luogo svuotato di tutto, abitato solo dai fantasmi dei combattimenti e da una gattina, fragile simbolo di vita residua in mezzo alla devastazione.
Il film non può che entrare in dialogo, anche involontariamente, con l’immaginario bellico del cinema e dei videogiochi. Le avanzate metro dopo metro, le battute tra soldati, gli scontri improvvisi ricordano sequenze viste mille volte sullo schermo. Ma qui non c’è finzione: vedere uomini uccidere ed essere uccisi in campo, senza filtri narrativi, costringe a riconsiderare tutto ciò che siamo abituati a consumare come intrattenimento. È un cortocircuito etico prima ancora che estetico.
Chernov è consapevole dei rischi di un’operazione del genere. Il film è chiaramente “embedded” dal lato ucraino e non pretende di offrire una visione neutrale del conflitto. Eppure, man mano che l’avanzata procede, le categorie ideologiche si sfaldano. Restano ragazzi mandati a combattere, ordini spesso incomprensibili, corpi stremati. In un passaggio particolarmente eloquente, un mercenario straniero catturato non riesce nemmeno a spiegare perché sia lì: il denaro, suggerito ma mai ammesso, appare come l’unica motivazione possibile.
Il voice over di Chernov, asciutto e quasi ipnotico, accompagna le immagini con informazioni di cronaca che talvolta anticipano il destino dei protagonisti. È una scelta che aumenta il senso di fatalismo e restituisce l’idea di una guerra che, nel 2023, appare già logorata, trascinata, priva di slanci eroici. Sappiamo inoltre che Andriivka verrà nuovamente persa dopo gli eventi raccontati: un dettaglio che rende ancora più amaro il senso dell’impresa.
Se 20 giorni a Mariupol era un grido di indignazione, 2000 metri ad Andriivka è un film esausto, attraversato da una stanchezza profonda. Non cerca più di scuotere con la denuncia, ma di mostrare la guerra come condizione permanente, come lavoro quotidiano fatto di attese, avanzamenti minimi e improvvise esplosioni di violenza.
Si esce dalla visione con la sensazione che il cinema di finzione bellica debba fermarsi, almeno per un po’. Davanti a immagini così, ogni ricostruzione spettacolare appare superflua. Chernov non offre risposte né consolazioni, ma riporta il conflitto là dove spesso lo dimentichiamo: a livello del suolo, nel fango, tra le rovine di ciò che un tempo era vita. Due chilometri che diventano la misura di tutto, e che bastano a mostrare l’assurdità e l’orrore di una guerra ormai entrata nel nostro presente quotidiano.
Ilaria Berlingeri