Al cinema dal 15 gennaio con Eagle Pictures
A poco più di mezzo anno dall’uscita di 28 Anni Dopo, capitolo che ha segnato il ritorno di Danny Boyle all’universo post-apocalittico nato nel 2002, arriva ora nelle sale 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa, distribuito in Italia dal 15 gennaio da Eagle Pictures. Alla regia c’è Nia DaCosta, mentre la sceneggiatura resta saldamente nelle mani di Alex Garland. Boyle, invece, osserva da dietro le quinte, pronto – secondo i piani già annunciati da Sony – a tornare in prima linea per l’atto conclusivo della trilogia.
Il film riparte da dove avevamo lasciato Spike, interpretato da Alfie Williams. Il ragazzo viene catapultato senza alcuna protezione all’interno del microcosmo brutale guidato da Jimmy Cristal (un disturbante Jack O’Connell), leader carismatico di una banda che ha trasformato la violenza in rituale identitario. Tutti uguali, tutti “Jimmy”, tra parrucche bionde, tute sgargianti e un’estetica volutamente grottesca che rimanda esplicitamente alla figura sinistra di Jimmy Savile. Il loro credo è un fanatismo senza Dio, o meglio, con un dio deformato: il “Vecchio Caprone”, entità evocata per giustificare sadismo e sopraffazione, in un mondo dove il pensiero critico è stato sostituito da slogan tribali.
Parallelamente, il racconto segue un percorso completamente diverso attraverso il personaggio del dottor Kelson, interpretato da Ralph Fiennes. Isolato e ossessionato dalla costruzione di un enorme ossario, Kelson rappresenta l’ultimo baluardo di una umanità che prova ancora a capire, a comunicare, persino con ciò che resta dell’orrore. Il suo tentativo di stabilire un contatto con Samson, uno zombie alpha imponente e ambiguo, diventa il fulcro morale del film: è ancora possibile distinguere tra mostro e uomo dopo trent’anni di infezione?
Come prevedibile, le due linee narrative finiscono per incontrarsi. Ed è proprio in questo punto di collisione che Il tempio delle ossa rivela la sua vera natura: un film di passaggio, meno compatto e travolgente del precedente, ma fondamentale per comprendere la direzione futura della saga. Il cuore tematico dell’opera non è tanto la minaccia dei non-morti – qui sorprendentemente defilati – quanto la frattura insanabile tra chi ha abbracciato la disumanizzazione come unica forma di sopravvivenza e chi, al contrario, è disposto a rischiare tutto pur di lasciare un’eredità di speranza.
Nia DaCosta prosegue il discorso già avviato, riflettendo sui diversi stadi di “contagio” non solo biologico, ma etico e culturale. Il film alterna momenti di orrore esplicito – come la durissima sequenza delle torture nella fattoria – a improvvise aperture ironiche e simboliche. La memoria del mondo perduto riaffiora in frammenti apparentemente incongrui ma potentissimi: i Teletubbies e l’iconografia religiosa distorta per Jimmy, i vinili per Kelson. Ed è proprio la musica a regalare una delle scene più memorabili del film: il passaggio dai Duran Duran agli Iron Maiden, culminante nella visionaria “performance” sulle note di The Number of the Beast.
Quella sequenza, sostenuta da un Ralph Fiennes magnetico e imprevedibile, rappresenta uno dei picchi assoluti del film. La sua danza scomposta, al tempo stesso liberatoria e inquietante, crea una frattura emotiva che disarma lo spettatore: si ride, si resta turbati, e subito dopo si viene precipitati in un momento di dramma puro. È un esempio perfetto del talento visivo di DaCosta, capace di costruire immagini potenti, destinate a rimanere impresse ben oltre i titoli di coda.
Ed è proprio qui che emerge il grande paradosso de Il tempio delle ossa. Preso per singole sequenze, il film è spesso straordinario: invenzioni registiche, scelte estetiche radicali, momenti di cinema di genere di altissimo livello. Nel suo insieme, però, fatica a trovare una vera armonia. Il ritmo è irregolare, il tono oscilla bruscamente tra splatter estremo, suggestioni quasi da horror di serie B e improvvise incursioni nel dramma esistenziale più cupo.
Il problema non è la pluralità di registri, quanto la difficoltà nel farli convivere. I passaggi da una tensione soffocante a soluzioni volutamente eccessive o grottesche risultano talvolta troppo bruschi, spezzando l’immersione emotiva. Ne deriva un senso di frammentarietà: le scene sembrano dialogare poco tra loro, come se ciascuna volesse affermare la propria forza senza contribuire pienamente a un disegno unitario.
In conclusione, 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa è un capitolo affascinante ma irrisolto. Brilla per intuizioni, immagini e momenti di grande cinema horror, ma paga la sua natura di “film di mezzo”, più interessato a preparare il terreno che a chiudere un discorso. Per i fan della saga resta un passaggio obbligato, capace di regalare sequenze memorabili e di alimentare l’attesa per il capitolo finale. E proprio negli ultimi minuti, con una chiusura che richiama il passato e spalanca le porte al futuro, arriva quel sussulto liberatorio che ricorda perché questo universo narrativo continua, nonostante tutto, a esercitare un fascino irresistibile.
Ilaria Berlingeri