Al cinema dal 19 marzo con Movies Inspired
Vent’anni dopo l’esordio cult Fuori vena, Tekla Taidelli torna sul grande schermo con 6:06, un’opera che coniuga il cinema di strada e la sensibilità sociale con un linguaggio visivo audace. Il film racconta la storia di Leo (Davide Valle), ventiseienne intrappolato in un loop esistenziale scandito dalla sveglia alle 6:06, tra lavori precari, cocaina e un’esistenza che sembra ripetersi senza via d’uscita.
L’introduzione del bianco e nero non è solo scelta estetica: le prime sequenze immergono lo spettatore nel grigiore quotidiano del protagonista, oscillando tra il lavoro da lavapiatti in un ristorante di Civitavecchia, la cura del cane Ayden e le notti di eccessi condivise con l’amico Igor (Roberto Sadhi Sersanti). La ripetizione ossessiva dei giorni, evocativa dei loop temporali di film come Ricomincio da capo, diventa qui metafora della dipendenza e della schiavitù mentale della cocaina.
Il tono muta radicalmente con l’arrivo di Jo-Jo (George Li Tourniaire), giovane francese selvaggia e fragile che guida un caravan verso il Portogallo. Con la sua apparizione, il film passa al colore e sperimenta un montaggio dinamico e audace – split screen, picture-in-picture e sovrapposizioni – curato da Fabio Nunziata. La fotografia di Tommaso Lusena De Sarmiento gioca con toni sognanti, alternando realismo urbano e paesaggi onirici che richiamano l’estetica di Harmony Korine. Jo-Jo, enigmatica e indipendente, diventa la scintilla che rompe l’ineluttabilità del quotidiano di Leo, spingendolo in un viaggio di redenzione che è anche un road movie emotivo, dalla periferia di Civitavecchia fino all’Atlantico.
Oltre alle droghe – cocaina, alcool, marijuana –il film affronta temi universali come l’assenza dei genitori, la ricerca di affetto e la costruzione di legami autentici. La sceneggiatura, firmata da Taidelli insieme a Edoardo Moghetti e Davide Valle, costruisce un percorso di crescita e consapevolezza, un coming-of-age “fuori tempo” in cui il protagonista deve confrontarsi con il dolore, la solitudine e la propria fragilità. Le scene più intime mettono in luce l’alchimia tra Valle e Li Tourniaire, in un passo a due capace di alternare energia, delicatezza e tensione emotiva.
Il film si distingue per un equilibrio tra realismo crudo e lirismo visivo. Se la prima parte restituisce l’angoscia del quotidiano e il senso di intrappolamento del protagonista, la seconda esplora la fuga, il desiderio di riscatto e la possibilità di una nuova prospettiva sulla vita. La regista mantiene una sensibilità umanista, facendo emergere la dignità dei personaggi marginali, con un’attenzione particolare ai giovani interpreti “presi dalla strada”, a cui si affiancano pochi professionisti come Valle.
Non mancano le tensioni narrative: qualche forzatura nella logistica del viaggio e nella gestione delle risorse economiche dei protagonisti lascia intuire i limiti di un progetto indipendente a basso budget. Eppure, queste imperfezioni non scalfiscono la forza emotiva del racconto, che riesce a restituire il senso di precarietà, disperazione e vulnerabilità dei due protagonisti. George Li Tourniaire, in particolare, conferisce al personaggio di Jo-Jo un mix di forza e fragilità, rendendola allo stesso tempo enigmatica, affascinante e credibile.
6:06 non è solo un drug movie di periferia, ma un esperimento cinematografico che attraversa generi diversi: dal realismo urbano al medical drama, fino al road movie di formazione ed espiazione. Taidelli intreccia crudezza e bellezza, autodistruzione e rinascita, restituendo un ritratto intenso di vite spezzate che cercano un senso attraverso il confronto, l’amore e la resistenza. È un film che spaventa e commuove, che osa e convince, dimostrando come il cinema indipendente possa ancora trovare nuova linfa nella combinazione di estetica sperimentale e profondità emotiva.
In definitiva, 6:06 conferma la maturità artistica di Tekla Taidelli: una regista capace di raccontare l’emarginazione, le dipendenze e la fragilità umana senza indulgere nel moralismo, ma con empatia e uno sguardo autentico. Un’opera che parla di cadute e riscatti, di caos e speranza, e che rimane impressa per la potenza visiva e l’umanità dei suoi personaggi.
Carla Curatoli