Vincitore del premio per la miglior sceneggiatura non originale, arriva al cinema dal 9 aprile con Officine UBU
C’è una forma di coraggio particolare nel far ridere mentre tutto intorno crolla. Non è solo una questione di stile, ma di sguardo: quello che trasforma l’orrore in distanza, la tragedia in lucidità. Lo avevano capito bene Charlie Chaplin con Il grande dittatore e i fratelli Marx con Sopa de ganso, e ancora prima Henri Bergson, quando sosteneva che la risata sospende l’emozione per permetterci di pensare meglio. È proprio su questo filo sottile che si muove A cena con il dittatore, diretto da Manuel Gómez Pereira.
Ambientato nella Madrid del 1939, a guerra civile appena conclusa, il film parte da un’idea tanto grottesca quanto potentissima: organizzare un sontuoso banchetto celebrativo per Francisco Franco mentre il paese è devastato e affamato. Il risultato è una commedia che gioca continuamente con il paradosso: più la situazione è tragica, più il meccanismo comico si inceppa, si contorce e infine esplode.
Il cuore della storia è un microcosmo chiuso, quasi teatrale (non a caso tratto dall’opera di José Luis Alonso de Santos): un hotel semidistrutto, cucine improvvisate e un gruppo di personaggi costretti a collaborare tra paura e opportunismo. Tra questi spiccano il maître interpretato da Alberto San Juan, preciso e ironico fino all’ossessione, e il giovane tenente a cui dà volto Mario Casas, diviso tra disciplina e umanità. Attorno a loro si muove una coralità viva, fatta di cuochi prigionieri, desideri repressi e tentativi disperati di fuga.
Gómez Pereira torna alle dinamiche che lo avevano reso popolare negli anni ’90 — gli equivoci, i dialoghi brillanti, le porte che si aprono e si chiudono — ma questa volta il gioco si tinge di nero. Il ritmo è costruito più sull’ascolto che sull’azione: è una commedia che vive di parole, di tensioni trattenute, di battute che arrivano come colpi secchi in mezzo al silenzio.
Non mancano i riferimenti illustri. Si avverte l’eco della commedia all’italiana, da Dino Risi a Alberto Sordi e Vittorio Gassman, ma anche l’eleganza del cinema di Ernst Lubitsch, soprattutto di Vogliamo vivere!, dove la farsa si intreccia con l’orrore della storia. Eppure il film non è mai puro omaggio: cerca una propria voce, più trattenuta, quasi pudica.
Ed è forse proprio questo pudore a rappresentare il suo limite principale. In alcuni momenti si ha la sensazione che la narrazione trattenga il colpo, che eviti di spingersi fino in fondo nella crudeltà o nell’assurdo. Dove potrebbe mordere, spesso accarezza. Dove potrebbe scandalizzare, si limita a suggerire. Ma è anche una scelta: non tanto mancanza di coraggio, quanto volontà di equilibrio.
Alla fine resta una sensazione ambigua, ed è quella giusta. Si ride, sì, ma con un retrogusto amaro. Perché qui la risata non libera davvero: semmai mette a fuoco, rende più nitido ciò che altrimenti sarebbe insostenibile. E quando, tra un piatto e l’altro, compare la figura del dittatore — distante, quasi irreale — il sorriso si fa stretto, quasi colpevole.
Una commedia elegante e inquieta, che dimostra come, anche davanti alla Storia più feroce, la risata resti uno degli strumenti più intelligenti — e più pericolosi — per raccontarla.
Ilaria Berlingeri