Quando l’attesa diventa viaggio tra desiderio, memoria e fragilità. Scritto e diretto da Nicola Russo, un incontro tra generazioni che si trasforma in esplorazione intima e poetica del corpo, del tempo e della paura
Nella fredda impersonalità di una sala d’attesa, due sconosciuti — un uomo maturo e un ragazzo — siedono in silenzio. Il luogo è quello di un centro analisi, uno spazio clinico, asettico, in cui la vita sembra sospesa. Ma è proprio da questa sospensione che nasce Acanto, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Nicola Russo, in scena al Teatro India di Roma dal 9 al 12 ottobre.
Interpreti della pièce sono Alessandro Mor e Gabriele Graham Gasco, che danno corpo e voce a un dialogo capace di attraversare il tempo, le emozioni e la pelle. L’incontro tra i due personaggi diventa pretesto per scardinare l’attesa e trasformarla in un’esperienza immaginativa che intreccia desiderio, tenerezza e vulnerabilità
“Come vorresti che fosse questo posto?” chiede uno dei due. È la miccia che accende un dialogo che si fa confessione, invenzione, ricordo. I due iniziano a evocare uno spazio altro, un luogo che non sia solo passivo contenitore di paure sanitarie, ma un rifugio mentale dove l’attesa possa diventare un tempo attivo, di riconoscimento e condivisione.
Acanto è un viaggio che parte dalla carne, passa per la memoria, e tocca quella soglia fragile dove ogni essere umano si sente più nudo: la propria identità affettiva e sessuale. Attraverso racconti e immagini, l’uomo e il ragazzo rievocano le rispettive prime volte, i luoghi del desiderio, i modi di incontrarsi: da un lato l’universo notturno dei parchi, il rischio, l’ignoto, la poesia dell’imprevisto; dall’altro la velocità algoritmica delle app, la normalizzazione del corpo, l’intimità filtrata da uno schermo.
Eppure, tra le parole e le immagini, non c’è giudizio. Solo ascolto. Solo il tentativo di costruire una mappa emotiva comune, una geografia dell’intimità che restituisce valore alla bellezza, alla paura, all’innocenza perduta.
Uno spettro si aggira però silenzioso nella sala e nel racconto: quello dell’HIV, che non è solo una condizione medica, ma anche un nodo simbolico, un trauma collettivo e individuale che segna i corpi e le narrazioni. Acanto non lo affronta in modo didascalico, ma lo evoca come crepa nell’immaginario, come ferita che costringe a farsi domande nuove.
Con una scrittura sensibile e mai retorica, Nicola Russo costruisce una partitura scenica che è insieme concreta e visionaria. La natura che filtra dalle finestre e le architetture interiori dei personaggi si fondono in un paesaggio emotivo che invita lo spettatore a intraprendere un cammino personale verso la consapevolezza e, forse, verso una forma di cura.
Acanto è, in definitiva, uno spettacolo sull’umanità che si incontra nei luoghi più inattesi. Sull’urgenza di condividere, di raccontarsi, di riconoscersi. Una riflessione intensa e necessaria sul corpo, la malattia, il tempo e l’amore.
Roberto Puntato