Il trio bolognese firma un album “post-agricolo” che mescola folk, sperimentazione e immaginari naturali, tra ambizione estetica e tensione emotiva
Con Ahimè, uscito venerdì 12 dicembre per Locomotiv Records, LOSTATOBRADO aggiunge un nuovo capitolo al suo percorso dopo l’EP d’esordio Canzoni contro la ragione, confermando una traiettoria precisa e riconoscibile. Il trio synthpop tosco-emiliano, oggi di base a Bologna, continua a muoversi in un territorio sonoro che guarda all’elettronica emotiva italiana post-DIE di Iosonouncane, intrecciandola con suggestioni folk, paesaggi naturali e una forte attenzione alla costruzione timbrica.
Il legame ideale con una certa tradizione alternativa italiana emerge già dai titoli e dagli intenti: l’eco degli Zen Circus di Canzoni contro la natura non è solo un gioco di rimandi, ma il segnale di una comune tensione verso un linguaggio che prova a parlare di mondo, ambiente e identità senza rifugiarsi nel puro realismo. In Ahimè convivono pathos elettronico, stratificazione degli arrangiamenti, fascinazione per il perturbante e un continuo ritorno alle radici, intese sia come memoria culturale sia come rapporto con la terra.
Non è un caso che i tre componenti — Alessio Vanni, Lorenzo Marra e Lorenzo Valdesalici — arrivino da percorsi accademici e professionali legati alla composizione, al sound design e alle colonne sonore. Questa formazione emerge con chiarezza: Ahimè ha spesso l’andamento di una partitura cinematografica, più che di una classica raccolta di canzoni. Le code strumentali, le dilatazioni, i passaggi atmosferici sono parte integrante della narrazione, come accade in brani emblematici quali Pergole, dove elettronica, violino, arpeggi e rumorismi convivono in un equilibrio instabile ma suggestivo.
L’immaginario visivo rafforza ulteriormente il progetto. La copertina, ispirata al Maggio Drammatico, si muove tra tradizione popolare e iconografia contemporanea, richiamando tanto una certa estetica “domestica” recente della musica italiana quanto atmosfere folk-western alla Dylan anni Settanta. È come se i Basement Tapes fossero stati registrati tra l’Appennino e la Pianura Padana, immersi nella nebbia emiliana evocata anche dai Gazebo Penguins. Questo spirito ludico e da “caccia ai fantasmi” attraversa i momenti più leggeri e riusciti del disco, come Auguri, filastrocca dronica popolata da strumenti antichi e suoni quasi da soffitta, o (Ancora) Auguri, breve reprise dal sapore honky tonk.
Altrove il riferimento a Iosonouncane si fa più esplicito, soprattutto nella dizione vocale e nella ricerca di un’intensità quasi sacrale. È evidente il desiderio di costruire un pathos rituale, come mostra anche l’universo visivo di Cusna, ma non sempre l’ambizione trova una piena realizzazione. In alcuni passaggi la musica fatica a trasformarsi in un vero paesaggio sonoro organico e, sul piano testuale, l’insistenza su certi immaginari naturali rischia talvolta l’autocompiacimento. L’abbondanza di elementi simbolici — cime, versanti, antri, rovi, fenomeni atmosferici — finisce in alcuni momenti per apparire più concettuale che necessaria, come se il vocabolario “post-agricolo” avesse esaurito parte della sua spinta evocativa.
Nonostante queste ombre, Ahimè resta un lavoro coerente e riconoscibile. Le otto tracce, pensate come un percorso circolare, raccontano un mondo disordinato e mascherato, una sorta di palcoscenico collettivo dove ciascuno è chiamato a interpretare il proprio ruolo. Dal tono drammatico e introspettivo di Tane alla vitalità paradossalmente popolare di Auguri, fino alla chiusura contemplativa di Cusna, il disco alterna tensione, sospensione e slanci improvvisi.
Il brano che dà il titolo all’album è forse il momento più estremo: un crescendo elettronico aggressivo, quasi parossistico, che mette in primo piano la ricerca della dissonanza e dell’effetto perturbante. Al contrario, Chiome e Pergole lavorano sulla gradualità, sullo sviluppo lento di strutture ritmiche ed emotive, dimostrando una notevole cura nella costruzione delle dinamiche.
Definire LOSTATOBRADO come autori di “musica elettroacustica post-agricola” non è solo una trovata lessicale, ma una dichiarazione d’intenti. Il gruppo salta a piè pari l’immaginario urbano ed elettrico per tornare a un’idea di suono che affonda nella terra, nelle origini, senza però rinunciare alla sperimentazione e all’ibridazione. Ahimè è così un disco intelligente e stratificato, capace di guardare avanti recuperando forme antiche, con una scrittura attenta al dettaglio e una forte identità estetica.
Più che una semplice raccolta di canzoni, Ahimè si propone come un invito: fermarsi, abitare il presente, riconnettersi con se stessi e con il mondo naturale, accettando l’instabilità e la temporaneità come parte essenziale dell’esperienza umana. Un album che non cerca risposte definitive, ma costruisce uno spazio sonoro inquieto e suggestivo in cui interrogarsi sul proprio ruolo nel caos contemporaneo.
Roberto Puntato