Al cinema dal 16 aprile con 01 Distribution
Settembre 1919, Fiume: la città istriana si trasforma in un palcoscenico di euforia e utopia grazie all’arrivo del poeta-guerriero italiano Gabriele D’Annunzio. Arnaldo Catinari, al suo esordio dietro la macchina da presa dopo una carriera da direttore della fotografia, prende questo frammento di storia e lo rielabora con uno sguardo audace, cinematograficamente contemporaneo, da spy-story internazionale ambientata nella provincia adriatica.
La pellicola segue tre figure di finzione che incarnano il caos, le contraddizioni e le passioni dell’epoca: Beatrice Superbi (Valentina Romani), spia russa in cerca di alleanze politiche ma guidata da motivazioni personali; Giulio Leone (Nicolas Maupas), medico disertore e anarchico con un passato drammatico; e Pietro Brandi (Riccardo Scamarcio), cinico agente dei servizi segreti italiani, mosso da ambigui diktat politici. Le loro vite si intrecciano attorno a D’Annunzio (Maurizio Lombardi), catalizzatore e simbolo della rivoluzione fiumana, al centro di attentati, intrighi e rivalità che minacciano di far crollare la fragile utopia della città-Stato.
Catinari punta tutto sullo stile: la Fiume del 1919 è un’esplosione di luci, feste e caos gaudente, tra duelli coreografati e riferimenti a mondi letterari e cinematografici lontani – da Tarantino a Baz Luhrmann, passando per il feuilleton ottocentesco. La città diventa un teatro dove il sogno rivoluzionario convive con corruzione, tradimenti e violenza imminente. Tuttavia, il fascino visivo talvolta sovrasta la coerenza narrativa: i personaggi si muovono come pedine tra eventi storici e intrighi spionistici, senza riuscire del tutto a incarnare il peso ideologico dell’epoca.
Tra i protagonisti, Giulio Leone emerge per complessità: idealista e disilluso, medico e manipolatore, personaggio che spesso ruba la scena grazie alla sua ambiguità morale. Beatrice, pur intrigante e passionale, appare troppo condizionata dai protagonisti maschili, e le sue scelte restano più emotive che politiche. Pietro Brandi, antagonista convincente, pecca nel non spingersi mai fino in fondo al cinismo necessario a incarnare il male del suo tempo. Ma è D’Annunzio a dominare la scena: Maurizio Lombardi gli conferisce carisma, presenza scenica e una retorica aulica che rende il Poeta Vate un simbolo più che un personaggio storico perfettamente aderente ai fatti.
Il film gioca con la storia, mescolando realtà e invenzione: Alceste De Ambris diventa voce di D’Annunzio, Bakunin appare come saggio rivoluzionario e la Carta del Carnaro, costituzione utopica e innovativa, diventa scenario per le lotte intime dei protagonisti. Catinari ignora volutamente la verosimiglianza storica per creare un’esperienza visiva e narrativa immersiva, che ricorda la serialità contemporanea e il ritmo dello streaming globale. E il risultato è un’opera che seduce per estetica e visionarietà.
Alla festa della rivoluzione è, in definitiva, una festa perpetua che illumina il sogno di un’utopia fiumana, pur lasciando intravedere la decadenza che si annida dietro la gloria temporanea. Un’opera ambiziosa, energica e poetica, in cui la Storia si fa spettacolo e il sogno rivoluzionario diventa cinema puro: nostalgico, struggente, eppure irresistibilmente moderno.
Federica Rizzo