La ricetta francese che mescola nostalgia, musica e seconde possibilità. Al cinema dal 18 giugno con Fandango
Ci sono ritorni che sembrano semplici deviazioni del destino e invece finiscono per mettere in discussione un’intera esistenza. È quello che accade a Cécile, protagonista di Allora balliamo, il film con cui Amélie Bonnin firma un esordio delicato e sorprendente, capace di fondere commedia romantica, racconto di formazione e suggestioni musicali in un equilibrio tutt’altro che scontato.
La protagonista, Cécile, sembra avere tutto sotto controllo. È diventata un volto televisivo grazie a un popolare programma culinario, sta per aprire un raffinato ristorante a Parigi insieme al compagno e, proprio all’inizio della storia, scopre di essere incinta. Ma il destino ha altri piani. Un infarto del padre la costringe a tornare nel piccolo paese da cui era fuggita anni prima, riportandola tra i profumi della cucina familiare, i ricordi mai davvero archiviati e un amore adolescenziale che il tempo non è riuscito a cancellare.
Da qui prende forma un racconto che si muove con leggerezza tra presente e passato, desiderio e rimpianto, senza mai cedere al melodramma. Bonnin costruisce infatti una storia profondamente francese nella sua capacità di rendere straordinario ciò che appare ordinario: una cena di famiglia, una canzone ascoltata per caso, uno sguardo che riapre ferite mai del tutto rimarginate.
L’elemento più originale del film è proprio il modo in cui la musica entra nella narrazione. Non siamo di fronte a un musical tradizionale, ma a una sorta di realtà sospesa in cui celebri brani della canzone francese vengono reinterpretati dai personaggi e si inseriscono naturalmente nelle situazioni quotidiane. Un gioco raffinato che richiama la lezione di Alain Resnais e del suo indimenticabile Parole, parole, parole, aggiornandola a una sensibilità contemporanea fatta di ironia e consapevolezza.
Il cuore del film, tuttavia, non è la musica ma il conflitto interiore della sua protagonista. Cécile si trova schiacciata tra due mondi: la Parigi dell’ambizione e la provincia delle radici, l’alta cucina e la trattoria di famiglia, il futuro che ha costruito e il passato che continua a reclamarla. Persino il rapporto con il padre diventa il simbolo di uno scontro generazionale che va oltre la ristorazione e parla di identità, appartenenza e riconciliazione.
Juliette Armanet regala al personaggio una fragilità autentica, evitando ogni artificio, mentre Bastien Bouillon e François Rollin contribuiscono a creare un universo umano credibile e pieno di sfumature. Su tutti, però, aleggia quella malinconia discreta che rappresenta il vero marchio di fabbrica del film.
Presentato come film d’apertura del Festival di Cannes 2025, Allora balliamo non è un’opera perfetta. In alcuni passaggi l’ampliamento del cortometraggio originale lascia intravedere qualche squilibrio narrativo. Eppure possiede una qualità sempre più rara: la sincerità. Non cerca effetti speciali emotivi, non rincorre colpi di scena, ma conquista attraverso la delicatezza con cui osserva i suoi personaggi.
Come una vecchia canzone che riaffiora all’improvviso dalla memoria, il film di Amélie Bonnin parla di ciò che avremmo potuto essere, delle occasioni perdute e delle strade mai percorse. E lo fa ricordandoci che, a volte, basta tornare nel luogo da cui siamo partiti per capire davvero chi siamo diventati.
Ilaria Berlingeri