Al cinema dal 21 maggio con Warner Bros. Pictures
Pedro Almodóvar torna a casa. E come accade nei ritorni più sinceri, non c’è conforto, ma una ferita che pulsa sotto la pelle. Con Amarga Navidad il regista spagnolo rientra nel suo cinema madrelingua dopo l’esperienza internazionale di La stanza accanto, ma soprattutto torna dentro sé stesso. Se Dolor y gloria era un’autobiografia mascherata da confessione malinconica, qui il gioco si fa più crudele: non c’è più il bisogno di idealizzarsi, ma quello di smontarsi pezzo per pezzo.
Il risultato è un film labirintico, stratificato, continuamente sospeso tra realtà, finzione e autoanalisi. Un’opera che si piega su sé stessa come uno specchio incrinato, dove ogni personaggio sembra il riflesso deformato di qualcun altro. Elsa (Bárbara Lennie), regista fallita rifugiatasi nella pubblicità, è già una creatura dolorosamente almodovariana: vive tra lutti, relazioni sbagliate, amicizie esauste e un presente che non riesce più a sentire proprio. Ma quando il film rivela che Elsa è in realtà il personaggio scritto da Raúl (Leonardo Sbaraglia) — celebre cineasta in crisi creativa — tutto cambia prospettiva. E lì Almodóvar compie il suo gesto più spietato: ammettere apertamente quanto ogni artista sia un vampiro emotivo.
Raúl osserva, assorbe, saccheggia le vite degli altri per trasformarle in cinema. Lo fa con gli amici, con il compagno, con la storica assistente che decide di lasciarlo dopo vent’anni. E lo fa Almodóvar stesso, che attraverso questo gioco di scatole cinesi sembra interrogarsi sulla legittimità morale della propria arte. Fino a che punto si può usare il dolore altrui? Quando la sensibilità diventa cannibalismo?
Sono domande che il film non risolve mai davvero, ed è forse questa la sua forza più autentica. Pedro Almodóvar non cerca assoluzioni: si mette sotto processo. E lo fa senza rinunciare a ciò che ha reso unico il suo cinema. I colori accesi, le case trasformate in stati d’animo, gli oggetti che parlano quanto i dialoghi, Madrid che vibra di nevrosi e Lanzarote che diventa paesaggio mentale. Ogni inquadratura è costruita con un’eleganza maniacale, ma sotto la superficie estetica ribolle qualcosa di più cupo, quasi terminale.
Il film dialoga apertamente con opere come Tutto su mia madre, Gli abbracci spezzati e Volver, ma possiede un’energia diversa: meno melodrammatica, più trattenuta, quasi esausta. È un Almodóvar che ha perso il gusto dell’eccesso per abbracciare un dolore più silenzioso. Eppure, anche nella malinconia, riesce ancora a trovare improvvise accensioni ironiche, piccoli momenti di assurdo che alleggeriscono la disperazione senza mai banalizzarla.
Non tutto però funziona allo stesso livello. La struttura metacinematografica, per quanto affascinante, a tratti rischia di diventare troppo autoreferenziale. Alcuni passaggi sembrano più interessanti da decifrare che da vivere emotivamente, e il continuo sdoppiamento narrativo finisce talvolta per raffreddare il coinvolgimento. C’è anche una certa sensazione di stanchezza creativa volutamente esibita: come se il film volesse trasformare il blocco artistico del protagonista nella propria stessa forma. Una scelta coerente, ma che in alcuni momenti rende il ritmo più statico e soffocante.
Eppure Amarga Navidad resta cinema vero, pulsante, personale. Non ha la perfezione luminosa di Dolor y gloria, né l’impatto emotivo devastante dei capolavori degli anni Novanta, ma possiede qualcosa di forse ancora più raro: l’onestà di un autore che accetta di mostrarsi fragile, egoista, confuso, persino sterile. Almodóvar guarda la propria arte come si guarda una storia d’amore finita: con nostalgia, rabbia e un bisogno disperato di capire se sia rimasto ancora qualcosa da salvare.
Alla fine, il titolo dice tutto. Questo è davvero un Natale amaro: senza consolazioni, senza miracoli, senza redenzione facile. Ma dentro quell’amarezza c’è ancora il tocco di un autore capace come pochi di trasformare il dolore in immagini vive. E forse è proprio questa la grandezza del film: ricordarci che il cinema, anche quando vacilla, resta uno dei modi più umani per sopravvivere a sé stessi.
Ilaria Berlingeri