Presentato all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, arriva in sala dal 4 dicembre con 01 Distribution
Con Ammazzare stanca, Daniele Vicari firma un’opera che sceglie la via più ardua: raccontare l’ascesa e il crollo morale di un giovane ‘ndranghetista senza spettacolarizzare la violenza né cadere nella fascinazione del “genere”. Il film, ispirato all’autobiografia di Antonio Zagari, segue il percorso di un ragazzo cresciuto all’ombra di un padre boss, travolto da una cultura criminale che non ha scelto ma che sembra imposta come un destino biologico.
Vicari apre il film con un gesto di sangue che subito frantuma ogni romanticismo noir: un’esecuzione scialba, meccanica, dopo la quale il protagonista, interpretato da un convincente Gabriel Montesi, vomita. È il corpo a ribellarsi prima ancora della coscienza, a segnare la crepa di un dissenso che poi diventerà scelta. In questo rifiuto fisico c’è la cifra morale del film: l’omicidio non è mai atto virile, non è rito di passaggio, ma soltanto una pratica logora e inutile, che svuota chi la compie e atterrisce chi la subisce.
Sullo sfondo, la Lombardia dei primi anni Settanta, invasa dai nuovi movimenti studenteschi e operai, diventa la lente attraverso cui osservare la migrazione della ‘ndrangheta al Nord. Vicari sfrutta questo contrasto per mostrare un doppio conflitto generazionale: mentre il Paese si ribella ai padri simbolici del potere, Antonio tenta di emanciparsi da un padre reale e padrone, soffocante nella sua autorità criminale. Il contesto familiare è un microcosmo rigido, governato da rituali ancestrali, da rapporti di forza indiscutibili e da un patriarcato che non lascia scampo nemmeno alle donne, costrette a un ruolo di apparenza, devozione e silenzio. La moglie di Antonio, interpretata da Selene Caramazza, incarna bene questa ambiguità: affettivamente vicina, consapevole, eppure intrappolata in un amore che la costringe a sopportare ciò che non può davvero condividere.
Uno dei meriti del film è l’attenzione quasi antropologica alla quotidianità criminale: la doppia vita dei membri della famiglia Zagari – operai integri alla luce del sole, esecutori nell’ombra – è raccontata senza sensazionalismi, con un rigore che respinge ogni tentazione di glamour. Vicari insiste sulla normalità esteriore, sulle automobili modeste, sul lavoro come copertura, mostrando una criminalità lontana dall’opulenza cinematografica e più vicina a una strategia di mimetizzazione sociale.
Il regista, pur muovendosi entro i codici del noir, mantiene un approccio che privilegia il percorso umano rispetto all’intreccio criminale. È quando il film si concentra sui dubbi di Antonio, sul rapporto col fratello, sul peso dei legami di sangue, che trova la sua voce più autentica; al contrario, quando si addentra nelle dinamiche “obbligate” del genere – sparatorie, rituali, gerarchie – perde un po’ di compattezza, come se Vicari stesso non fosse davvero interessato a quegli aspetti.
Resta però forte il senso etico che attraversa tutta l’opera: la possibilità di scegliere, di interrompere una genealogia del male, di opporsi alla violenza anche quando è l’unico linguaggio conosciuto. Il percorso di Antonio, che si avvicinerà alla collaborazione con la giustizia e pagherà a caro prezzo la sua ribellione, diventa così il fulcro di un film che riflette sul peso del contesto sociale, ma anche sulla capacità individuale di sottrarsi a ciò che distrugge.
Ammazzare stanca è un film duro, essenziale, che rifiuta il ritmo frenetico del cinema contemporaneo per aderire a un racconto classico, quasi inattuale, ma sorretto da una profonda integrità morale. Vicari conferma la sua coerenza stilistica e civile, consegnando un’opera che, pur con qualche sbavatura, riesce a restituire la tragedia di un ragazzo che cerca di liberarsi dall’unico mondo che conosce, pagando il prezzo della verità con la propria vita.
Alessandra Broglia