Presentato al Bif&ST 2026, arriva al cinema dal 7 maggio con Vision Distribution
C’è un punto, nel bianco assoluto dell’Antartide, in cui la scienza smette di essere metodo e diventa ossessione. Antartica – Quasi una fiaba abita esattamente quel punto: un luogo isolato per otto mesi l’anno, dove nove persone non cercano solo risposte, ma qualcosa che forse non sanno nemmeno formulare.
L’arrivo di Maria (Barbara Ronchi), criogenetista brillante e refrattaria a qualsiasi forma di compromesso, incrina un equilibrio già fragile. Ad accoglierla c’è Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), capomissione, mentore, figura quasi paterna. Tra loro scorre una tensione stratificata: affetto, competizione, dipendenza reciproca. Non è un semplice rapporto, è un campo magnetico. E come ogni campo magnetico, prima o poi genera attrito.
La regia di Lucia Calamaro, al suo debutto cinematografico, costruisce il film come una camera di decompressione emotiva: l’Antartide non è tanto uno spazio fisico quanto una condizione psicologica. Il ghiaccio fuori riflette quello dentro. I corridoi geometrici della base Sidera diventano un teatro chiuso dove i dialoghi scattano, si accendono, si incrinano. Si sente chiaramente la provenienza teatrale della regista: ogni scambio è un duello, ogni pausa è carica di senso.
E poi c’è la scoperta. Un organismo microscopico, un rotifero capace di sopravvivere al gelo estremo grazie a una sorta di criostasi naturale. Non è solo un dettaglio scientifico: è la scintilla narrativa. Senza questo elemento – che richiama una fantascienza intima più che spettacolare – il film non esisterebbe. È qui che il racconto cambia direzione e si trasforma in uno scontro: non tra bene e male, ma tra due visioni del futuro.
Fulvio guarda alla grandezza del progetto, alla possibilità di costruire qualcosa che resti. Maria, invece, difende un’idea più radicale: la conoscenza non si vende, si custodisce. Il conflitto tra finanziamento pubblico e capitale privato emerge, ma il film lo affronta con una certa rigidità ideologica, rischiando di semplificare una questione complessa. Il “nemico” è fin troppo riconoscibile, quasi caricaturale, e questo toglie profondità a una tensione che avrebbe potuto essere più ambigua, più contemporanea.
Il cuore pulsante del film resta, però, la relazione tra i due protagonisti. Silvio Orlando costruisce un Fulvio fragile, quasi infantile nel suo desiderio di lasciare un segno, mentre Barbara Ronchi dà a Maria una densità opaca, difficile da decifrare, magnetica proprio per questo. Sono due solitudini che si riconoscono e si respingono.
Intorno a loro si muove un coro di personaggi appena abbozzati: figure che affiorano e scompaiono, più funzionali all’atmosfera che realmente sviluppate. È una scelta che penalizza la dimensione corale della storia, lasciando la sensazione di un mondo incompleto, come se la base fosse popolata da fantasmi più che da esseri umani.
Visivamente, il film alterna esterni digitali – freddi, quasi irreali – a interni sorprendentemente accoglienti. E poi c’è quell’ulivo, simbolo quasi surreale, che cresce protetto nel cuore del ghiaccio: un’immagine che riassume l’intero film. La vita che resiste, ma anche l’illusione di poter controllare tutto.
Antartica – Quasi una fiaba è un oggetto anomalo nel cinema italiano: ambizioso, imperfetto, a tratti irrisolto, ma capace di tentare qualcosa di raro. Non racconta davvero la scienza, ma ciò che la scienza provoca nelle persone. E in questo senso, il suo essere “freddo” non è un difetto, ma una scelta coerente.
Alla fine, più che una storia di ricerca, è una storia di eredità. Non quella che si lascia al mondo, ma quella che si impone agli altri. E la domanda resta sospesa, come il respiro nell’aria gelida: il futuro appartiene a chi lo finanzia o a chi lo immagina?
Federica Rizzo