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Dopo gli eventi drammatici di Avatar: La via dell’acqua, Jake, Neytiri e i loro figli Lo’ak, Tuk e Kiri cercano di affrontare il dolore per la perdita di Neteyam. Con loro c’è ancora Spider, ormai parte integrante del clan Na’vi, ma la sua presenza involontaria mette a rischio la sicurezza della famiglia. Il colonnello Quaritch, mai domo nella sua ossessione per catturare Jake, tiene infatti d’occhio anche Spider, suo figlio, e non si farà scrupoli a sfruttare ogni occasione. Per proteggere i propri cari, Jake e Neytiri intraprendono un viaggio che li conduce però dritti nel territorio del clan Mangkwan, la tribù del fuoco guidata dalla spietata Varang (Oona Chaplin), che si rivela subito un nemico formidabile.
Sul piano tecnico, Avatar: Fuoco e Cenere conferma l’inarrivabile padronanza visiva di James Cameron. Dalla cura maniacale dei dettagli in ogni inquadratura, al montaggio calibrato al secondo, al sound design avvolgente, tutto è studiato per offrire un’esperienza immersiva totale. La combinazione tra performance capture, animazione digitale e stereoscopia 3D, integrata con l’uso dell’high frame rate a 48fps, rende il film uno spettacolo da vivere rigorosamente sul grande schermo. Cameron dimostra ancora una volta che la sua arte non si limita al racconto, ma si fa esperienza sensoriale, un vero e proprio “parco a tema cinematografico” di tre ore.
Tuttavia, se da un lato lo stupore visivo è innegabile, sul piano narrativo la pellicola mostra qualche crepa. La prima metà del film convince pienamente, grazie a un inizio diverso dai precedenti capitoli: Jake e la sua famiglia si confrontano subito con la minaccia di Varang, senza il tempo di creare un’interazione armoniosa con il nuovo clan, come avvenne con gli Omaticaya e i Metkayina. Anche Quaritch assume un ruolo leggermente inedito, ma le novità introdotte vengono presto ridimensionate. Col passare delle ore, Fuoco e Cenere finisce per ricordare echi de La via dell’acqua, con un climax che sembra replicare dinamiche già viste. L’elemento “fuoco” del titolo, pur evocativo, non riceve la stessa attenzione di acqua, terra e aria nei capitoli precedenti, e alcune situazioni narrative risultano prevedibili, quasi un déjà-vu mitigato soltanto dalla spettacolarità delle sequenze.
I personaggi progrediscono nel loro arco narrativo: Kiri e Neytiri assumono un ruolo sempre più centrale, mentre Jake si conferma leader e padre combattivo. Spider affronta sfide di integrazione e identità, e l’avatar di Quaritch continua a intrecciare la propria storia con quella dei Sully, amplificando la tensione morale e le scelte critiche da compiere. Cameron, come dichiarato in passato, ha originariamente concepito Avatar 2 e 3 come un unico film, e questa struttura diluita rende evidente il paragone con narrazioni seriali lunghe e progressive, simile alla modalità di alcuni anime dove la progressione della trama si distribuisce su molti episodi simili.
Il cuore del film resta comunque l’“Io ti vedo” introdotto dal primo Avatar del 2009: la capacità di Cameron di trasportare lo spettatore all’interno di Pandora, di far sentire la presenza di Eywa, la divinità della vita che permea ogni cosa, e di mescolare natura, spiritualità e conflitti morali in un’avventura epica. Il film esplora nuove frontiere emotive e filosofiche: il sacrificio, la corruzione indotta dagli umani, i dubbi di chi prende decisioni critiche, e l’interazione con creature straordinarie come i tulkun, le gigantesche balene di Pandora.
La famiglia Sully si muove tra il dolore per Neteyam e la responsabilità verso Spider, mentre affronta la minaccia del clan Mangkwan. Tonowari (Cliff Curtis) e Ronal (Kate Winslet), guide sagge dei Metkayina, accompagnano gli eroi in questo percorso. Varang emerge come un villain memorabile, mentre il conflitto tra Jake e Quaritch si intreccia con le nuove sfide della tribù della cenere, aggiungendo tensione e spettacolarità alla trama.
Con Avatar: Fuoco e Cenere, Cameron conferma la propria capacità di fondere epicità, spettacolarità tecnica e profondità emotiva, pur con qualche ripetizione narrativa rispetto ai capitoli precedenti. È un film che va visto sul grande schermo per apprezzare appieno l’unione tra artificio digitale e umanità dei personaggi, tra avventura, sci-fi e mito. I prossimi due capitoli promettono di riportarci agli albori della scoperta umana di Pandora, chiudendo il cerchio di una saga che, nonostante le ripetizioni e la lunghezza, continua a catturare l’immaginazione degli spettatori.
Maria Grande