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Ci sono film horror che ti inseguono. E poi ci sono film che si limitano a girare in tondo, convinti che basti un neon tremolante per creare inquietudine. Backrooms di Kane Parsons appartiene purtroppo alla seconda categoria: un’opera che scambia l’atmosfera per profondità e l’estetica per visione. Per lunghi tratti sembra meno un film e più un moodboard infinito di immagini pescate da Reddit, Tumblr e vecchie VHS deformate dalla nostalgia.
Parsons, diventato virale su YouTube con i corti firmati Kane Pixels, aveva trovato una formula perfetta nella brevità: stanze liminali, silenzi opprimenti, corridoi che sembravano partoriti da un videogioco corrotto. Nei suoi video non serviva una trama, perché il vuoto era il racconto. Il problema nasce quando quell’intuizione viene stirata fino a diventare un lungometraggio. E lì il meccanismo collassa.
La premessa avrebbe anche del potenziale: Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, è un architetto fallito ridotto a vendere mobili kitsch in uno showroom dall’estetica tragicomica. Nel seminterrato scopre una porta che conduce alle Backrooms, un labirinto infinito di stanze illuminate da neon malati. Quando scompare, la sua terapeuta — Renate Reinsve — decide di seguirlo dentro questo non-spazio.
Sulla carta potrebbe sembrare l’inizio di un horror metafisico capace di riflettere sul vuoto contemporaneo, sull’alienazione dei non luoghi, sul senso di disconnessione permanente della modernità digitale. In pratica, Backrooms si rifugia continuamente nelle soluzioni più facili e già viste. Trauma infantile? Presente. Psicologia spiegata a voce alta? Ovviamente. Realtà parallela come metafora della mente spezzata? Immancabile. Il film introduce suggestioni interessanti solo per banalizzarle subito dopo con dialoghi didascalici e sottotrame che sembrano uscite dalla versione annacquata di un thriller psicologico anni Duemila.
Il vero paradosso è che più il film prova a spiegare le Backrooms, meno queste fanno paura. Nei corti originali funzionavano perché restavano inspiegabili: erano spazi vuoti, assurdi, privi di logica umana. Qui invece ogni corridoio sembra implorare un’interpretazione, trasformando il mistero in un esercizio di stile pretenzioso. E quando un horror comincia a voler sembrare “intelligente” a tutti i costi, spesso smette di essere inquietante.
Anche l’estetica, inizialmente affascinante, finisce rapidamente per diventare estenuante. Neon giallastri, pareti color nicotina, camere fisse, glitch analogici, inquadrature sbilenche: tutto appare studiato per essere trasformato in screenshot da condividere online. Il problema è che il film si innamora così tanto della propria iconografia da dimenticare di costruire tensione. Ogni sequenza sembra ripetere la precedente con variazioni minime, come un loop autoreferenziale che si autocelebra senza mai evolversi davvero.
L’influenza di Lynch, Kubrick e della cultura “liminal spaces” è evidente, ma Parsons non riesce mai a trasformare quei riferimenti in qualcosa di personale. Backrooms sembra continuamente il riflesso di opere migliori: i corridoi dell’Overlook Hotel senza la follia di Shining, la destabilizzazione spaziale di Casa di foglie senza la complessità concettuale, il perturbante lynchiano senza il mistero autentico. È un collage di suggestioni già viste che raramente trova una propria identità.
Persino il sonoro sbaglia bersaglio. Invece di sfruttare il silenzio e il ronzio industriale dei neon — che sarebbero stati infinitamente più disturbanti — il film riempie ogni scena di musica invasiva, quasi terrorizzato dall’idea di lasciare lo spettatore davvero solo dentro questi spazi. Così l’atmosfera si sgonfia continuamente, spiegata e sottolineata da una colonna sonora che sembra voler imporre emozioni invece di evocarle.
E dispiace vedere due attori come Ejiofor e Reinsve sprecati in personaggi tanto inconsistenti. Lui vaga per il film con l’aria di chi non abbia mai capito davvero dove si trovi; lei, dopo interpretazioni ben più stratificate, viene ridotta a contenitore di dialoghi pseudopsicologici e sguardi smarriti. Nessuno dei due riesce a dare peso umano a una sceneggiatura che tratta i personaggi come semplici guide turistiche del labirinto.
Il risultato finale è un horror che confonde lentezza con profondità e ambiguità con vuoto narrativo. Un film convinto che basti mostrare corridoi infiniti per parlare dell’alienazione contemporanea. Ma dopo due ore di stanze beige, neon tremolanti e simbolismi appena abbozzati, la sensazione dominante non è il perturbante: è la stanchezza.
Backrooms aveva tra le mani un’idea potentissima, quasi primordiale. Ma invece di esplorarne davvero l’orrore, preferisce trasformarla nell’ennesimo prodotto horror “elevato” confezionato per sembrare più intelligente di quanto sia. Alla fine il vero labirinto non è quello del film: è il modo in cui continua a perdersi dentro la propria estetica senza mai trovare qualcosa di reale da dire.
Ilaria Berlingeri