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Brides – Giovani spose segna il debutto cinematografico della regista britannica Nadia Fall, già nota per il suo lavoro teatrale e per la direzione artistica del Young Vic di Londra. Il film affronta un tema delicato e controverso: la radicalizzazione di adolescenti musulmane cresciute in Europa, scegliendo però di sottrarsi tanto al sensazionalismo quanto alla condanna moralistica.
La storia segue due liceali britanniche, Doe e Muna, entrambe di seconda generazione: la prima di origini somale, la seconda pakistane. Amiche inseparabili, condividono l’esperienza quotidiana di una marginalità fatta di insulti, sospetti e microaggressioni. La scuola non è un rifugio, ma un luogo in cui il senso di estraneità si acuisce; le mura domestiche non sempre offrono conforto. In questo vuoto si inserisce la promessa, filtrata dai social network, di una comunità accogliente in Siria, dove immaginano di poter finalmente appartenere a qualcosa.
La loro fuga dal Regno Unito avviene in segreto, con l’ingenuità e l’impulsività tipiche dell’adolescenza. Istanbul dovrebbe essere solo una tappa intermedia prima dell’ingresso in Siria, ma l’intermediario che dovrebbe guidarle oltre confine non si presenta. Da quel momento, il sogno si incrina e il film si trasforma in un racconto di sopravvivenza, dove paura e smarrimento prendono il posto dell’entusiasmo iniziale.
Il titolo allude esplicitamente al fenomeno delle giovani occidentali partite per unirsi allo Stato Islamico, ma la regista evita di concentrarsi sull’organizzazione terroristica in sé. L’interesse è altrove: nel percorso interiore delle protagoniste, nella loro vulnerabilità, nelle contraddizioni di una scelta che appare al tempo stesso ribellione e fuga.
Attraverso una struttura che alterna il viaggio ai flashback londinesi, il film ricostruisce gradualmente il contesto emotivo che ha portato Doe e Muna a partire. Non c’è un’illuminazione improvvisa né una conversione fanatica: la radicalizzazione emerge come processo lento, sedimentazione di frustrazioni e desiderio di riconoscimento. L’adesione a un’utopia religiosa diventa così una risposta estrema a un senso di esclusione mai davvero elaborato.
Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è la rappresentazione del ruolo dei social media. Lo smartphone si configura come una finestra su un altrove idealizzato, dove immagini patinate e messaggi di sorellanza si sovrappongono alle notizie di guerra. La propaganda non viene mostrata come un martello ideologico, ma come un linguaggio seducente capace di intercettare fragilità preesistenti.
La regista mette in scena anche l’ambivalenza dell’età adolescenziale: un periodo in cui il bisogno di appartenenza può trasformarsi in slancio eroico o in azzardo fatale. Le due ragazze non sono ritratte come fanatiche, bensì come giovani in cerca di un’identità solida in un contesto che le respinge.
Molto del coinvolgimento emotivo passa attraverso le prove delle due protagoniste. Ebada Hassan conferisce a Doe una dolcezza trattenuta, uno sguardo che oscilla tra determinazione e dubbio. Safiyya Ingar dà invece a Muna un’energia più irrequieta, fatta di slanci e fragilità improvvise. Insieme costruiscono un legame credibile, che rende il viaggio tanto fisico quanto emotivo.
Se nella seconda parte la narrazione tende a semplificare alcuni passaggi drammatici, il film conserva comunque una forza significativa: rifiuta la caricatura e sceglie la comprensione. Non offre giustificazioni, ma invita a interrogarsi sulle responsabilità collettive. L’islamofobia, il razzismo latente, la misoginia e l’isolamento sociale vengono evocati come fattori che contribuiscono a creare terreno fertile per derive estreme.
Brides – Giovani spose non è un trattato politico né un thriller sul terrorismo. È piuttosto un racconto di formazione che devia verso il dramma, interrogando lo spettatore sulla qualità dell’inclusione nelle democrazie europee contemporanee. Più che spiegare un fenomeno complesso in ogni sua sfumatura, il film sceglie di restituirne l’aspetto umano: due adolescenti che cercano un posto nel mondo e finiscono per perdersi lungo il confine tra ideale e realtà.
Alessandra Broglia