La compagnia Sotterraneo rilegge il romanzo di Ray Bradbury in uno spettacolo che interroga il presente. In scena dal 25 febbraio al 1° marzo 2026
C’è un romanzo che, da oltre settant’anni, continua a bruciare sotto la cenere del nostro tempo. Pubblicato nel 1953, Fahrenheit 451 immaginava un futuro – il nostro presente – in cui leggere è proibito, gli schermi occupano ogni istante libero e il pensiero critico provoca disagio fisico. I pompieri non spengono incendi: li appiccano, riducendo in cenere libri e coscienze.
Ma se oggi stiamo leggendo, significa forse che Bradbury si è sbagliato? Oppure la distopia non è una previsione da verificare, bensì un dispositivo d’allarme che continua a rinnovarsi? È da questa domanda che nasce Il fuoco era la cura, creazione della compagnia Sotterraneo, liberamente ispirata al capolavoro dello scrittore americano.
Consumare un libro, attraversarlo, riscriverlo
Lo spettacolo non mette in scena una semplice trasposizione del romanzo. Piuttosto lo attraversa, lo consuma come si fa con un libro amato: sfogliato mille volte, riempito di appunti, dimenticato e ritrovato. La drammaturgia ne trattiene le braci per alimentare nuove traiettorie.
Cinque performer – Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu e Cristiana Tramparulo – si muovono in uno spazio condiviso, assumendo e abbandonando i personaggi, scivolando dentro e fuori la narrazione. Non si limitano a raccontare la storia di Montag e del mondo che brucia i libri: esplorano le zone d’ombra, le omissioni, ciò che Bradbury suggerisce senza esplicitare.
Nascono così linee parallele, deviazioni teoriche, ipotesi su un tempo intermedio: quello che separa il nostro presente da un possibile domani anticulturale, dove l’istupidimento diventa una forma di anestesia collettiva, una difesa dal peso del pensiero complesso.
La distopia come specchio del presente
Nel romanzo, gli schermi invadono le pareti delle case, l’intrattenimento è continuo, la riflessione è sospetta. Oggi non viviamo in un regime che brucia sistematicamente i libri, ma siamo immersi in un flusso costante di immagini e informazioni che rischia di rendere superfluo il tempo lento della lettura.
Il fuoco era la cura gioca su questo scarto. Non cerca la profezia letterale, ma l’eco inquietante. Se la distopia è un avvertimento, allora non riguarda un futuro remoto: parla del nostro modo di abitare il presente, del rapporto con la complessità, del desiderio – o della paura – di pensare.
E se accadesse davvero?
La domanda che attraversa lo spettacolo è semplice e spiazzante: se Fahrenheit 451 si stesse compiendo proprio ora, noi cosa faremmo? Difenderemmo i libri? Ci nasconderemmo? Oppure accetteremmo la semplificazione come sollievo?
La regia di Sara Bonaventura, Claudio Cirri e Daniele Villa costruisce un dispositivo scenico dinamico e stratificato, dove il fuoco diventa metafora ambigua: distruzione, ma anche purificazione; censura, ma anche passione. Il rogo può annientare la memoria oppure trasformarsi in energia che rinnova.
Tra ironia e inquietudine, Il fuoco era la cura invita lo spettatore a prendere posizione. Perché forse la vera domanda non è se Bradbury abbia avuto ragione, ma quanto siamo disposti a resistere, oggi, alla tentazione di smettere di pensare.
Alberto Leali