Al cinema dal 25 dicembre distribuito da Medusa
Il ritorno di Checco Zalone con Buen Camino segna una netta svolta per l’attore comico, che, dopo sei anni di attesa, torna sul grande schermo con una pellicola che punta decisamente a conquistare il pubblico delle festività natalizie. Con la regia e la sceneggiatura ancora una volta firmate da Gennaro Nunziante, il film si distacca dalla comicità caustica e irriverente che aveva caratterizzato le sue opere precedenti, per abbracciare una vena più riflessiva, sensibile e, forse, più facilmente digeribile per un pubblico largo.
La trama del film ruota attorno a Checco Zalone, che qui interpreta un imprenditore miliardario, viziato e superficiale, figlio di un ricchissimo produttore di divani. La sua vita si svolge tra ville sfarzose, una collezione di Ferrari e una relazione con una modella messicana di 25 anni. Ma quando la sua figlia Cristal (una ragazza capricciosa e ribelle, nome evocativo della bevanda più esclusiva) scompare senza lasciare traccia, Checco è costretto ad affrontare una realtà che non ha mai considerato. La ragazza, infatti, è partita per percorrere il Cammino di Santiago, un viaggio che si preannuncia come una sorta di pellegrinaggio spirituale. Spinto dal desiderio di trovarla, Checco intraprende a sua volta il cammino, dapprima a bordo della sua Ferrari e poi a piedi, affrontando una serie di difficoltà che lo porteranno a confrontarsi con se stesso e con il mondo.
Con Buen Camino, Zalone prova a spingersi oltre i confini della commedia di costume che lo ha reso celebre, eppure qualcosa sembra mancare rispetto ai suoi film precedenti. La caratterizzazione del personaggio – un uomo arrogante, narcisista e consumista – non è certo nuova, ma la sua evoluzione durante il viaggio, da uomo frivolo a padre consapevole, appare piuttosto prevedibile. La risata non è mai davvero tagliente, e le battute, pur presenti, sembrano più addomesticate e meno spigolose rispetto a quelle che ci avevano fatto apprezzare Zalone in passato.
La prima parte del film, in cui Checco si muove nel lusso e nella frivolezza, è sicuramente la più vivace e divertente. Zalone si concede battute irriverenti e sarcastiche, prendendo in giro il mondo dei ricchi e dei privilegiati. Il suo personaggio, con le sue Ferrari, il party a tema egizio e il disprezzo per ogni tipo di impegno sociale, è un’immagine caricaturale dell’italiano medio arricchito. Ma quando il viaggio lo porta lungo il Cammino di Santiago, il film cambia registro e si fa più riflessivo. Zalone, pur mantenendo il suo spirito ironico, cerca di dare profondità alla sua figura, portando in scena una versione più dolce e meno irriverente del suo personaggio.
Il vero punto di rottura con i suoi film precedenti è il tono decisamente più “popolare” e meno corrosivo. Le battute politicamente scorrette ci sono, ma sono meno incisive e più facilmente digeribili. La satira sociale che Zalone ha sempre fatto, puntando il dito contro le ipocrisie italiane, viene smussata, con qualche frecciata leggera contro i milionari e il mondo dello spettacolo. Ma quando il film sfiora temi scottanti come la Palestina o l’Olocausto, il trattamento è talmente delicato da risultare quasi innocuo. La sensazione è che, pur mantenendo il suo stile, Zalone abbia scelto di non “osare” più come un tempo, forse per evitare di urtare la sensibilità del pubblico natalizio.
Eppure, Buen Camino ha il merito di cercare di raccontare una storia di crescita personale: il rapporto tra Checco e sua figlia Cristal, che appare inizialmente più come un espediente narrativo che come una vera esplorazione emotiva, evolve lentamente lungo il cammino, e alla fine il film ci regala un ritratto di un padre che, seppur a modo suo, cerca di recuperare il tempo perduto. Ma il film non ha quella forza rivelatoria che ci si sarebbe aspettati. Le situazioni si risolvono con facilità e senza un vero colpo di scena, e la maturazione di Checco sembra quasi inevitabile, al punto che il percorso del protagonista, simbolico e fisico al contempo, appare più come una necessità narrativa che come una vera trasformazione.
Un aspetto che invece resta interessante è la scelta di Zalone di confrontarsi con la spiritualità, anche se il film non approfondisce mai veramente il tema in modo autentico, preferendo rimanere nella superficie della “commedia da famiglia”. La moralità che alla fine emerge – quella di riscoprire ciò che conta veramente, di non ridurre la vita a un accumulo di beni materiali – appare sincera ma non completamente esplorata. La sensazione, alla fine, è che Buen Camino rimanga un po’ troppo nella zona di comfort del comico “sano”, senza quella scossa che tanto ci aveva entusiasmato in passato.
Nel complesso, Buen Camino è un film che farà ridere, ma non quanto ci si sarebbe aspettato da Zalone. La comicità si fa più smussata, l’ironia più dolce e, alla fine, il film sembra spingere più sui sentimenti che sulle risate sferzanti. È difficile non apprezzare la qualità della produzione, le location suggestive e la consueta performance di Zalone, ma forse la vera domanda per i fan è: quando tornerà il Checco che ci conquistava con il suo spirito tagliente e irriverente?
Federica Rizzo