In concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, sarà distribuito in Italia dal 23 ottobre da Universal Pictures
Con Bugonia, Yorgos Lanthimos torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e prosegue il suo viaggio nel territorio del surreale e del disturbante. In un film claustrofobico e provocatorio, il regista greco affonda le mani nella paranoia contemporanea e nei deliri della disconnessione digitale, dirigendo ancora una volta la sua musa, Emma Stone.
Quasi interamente ambientato in un seminterrato, Bugonia racconta la storia di Teddy (Jesse Plemons), un apicoltore convinto che la sparizione delle api sia frutto di un complotto ordito dalle multinazionali. Secondo la sua teoria, a capo di tutto ci sarebbe Michelle Fuller (Emma Stone), influente CEO che Teddy crede non sia nemmeno umana, ma un’aliena con l’obiettivo di distruggere il pianeta. Con l’aiuto dell’amico Don (Aidan Delbis), la rapisce, deciso a salvare il mondo. Ma presto, all’interno della prigione che hanno creato, la realtà comincia a sgretolarsi: ciò che è vero e ciò che è immaginato si confondono in un gioco perverso e angosciante.
Il titolo del film richiama un’antica pratica mitologica — la bugonia, rito attraverso cui le api venivano fatte nascere dal corpo in decomposizione di un bue — che Lanthimos trasforma in potente metafora: dal decadimento morale e sociale del nostro presente, tra teorie del complotto, manipolazione mediatica e cinismo economico, può forse emergere qualcosa di nuovo. Ma non è detto che sia un bene.
Jesse Plemons dà corpo a un fanatismo inquieto, fatto di silenzi tesi, sguardi vacillanti e un’ossessione che cresce sottopelle. Di fronte a lui, Emma Stone è enigmatica e sfuggente, costruita su ambiguità costanti: è davvero un’aliena? Una spietata figura di potere? Oppure soltanto il bersaglio delirante del timore maschile verso ciò che non può controllare?
Il film non rinuncia alla cifra grottesca tipica del suo autore: i dialoghi sono acidi, taglienti, spesso al limite dell’assurdo. Ma è proprio in questa deformazione del reale che Lanthimos trova la sua lucidità: Bugonia è una riflessione feroce sul nostro tempo, su quanto sia facile scivolare nell’ossessione, sul bisogno disperato di trovare nemici per sentirsi salvi.
A colpire non è tanto l’estetica — volutamente essenziale, quasi asettica — quanto il senso di disagio persistente che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine. E quando arriva il finale, netto e definitivo, si avverte quasi una forzatura: un epilogo chiuso per un film che, per la sua stessa natura, avrebbe potuto (e forse dovuto) restare sospeso.
Con Bugonia, Lanthimos costruisce un incubo cupo e attualissimo, che non ci permette di guardarci allo specchio senza provare inquietudine. Perché la vera domanda è: quanto davvero ci separa da Teddy?
Federica Rizzo