Diretto da Jane Schoenbrun, arriva nelle sale italiane il 19 agosto distribuito da MUBI. Il film è stato presentato in anteprima al 79º Festival di Cannes dove ha ottenuto il Queer Palm Award
Dopo una sfilza di sequel sempre più stanchi e incapaci di raccogliere l’eredità del cult anni Ottanta, la saga di Camp Miasma prova a rinascere affidandosi a una giovane regista queer, Kris, ventinove anni, esplosa grazie a un piccolo film che reinventava Psycho osservando la celebre scena della doccia dal punto di vista… della tenda. Un’idea che basta da sola a raccontare il suo modo di guardare il cinema.
Per riportare in vita il franchise, Kris decide di coinvolgere Billy Presley, l’ultima sopravvissuta del film originale, ormai ritiratasi da anni nel luogo stesso in cui Camp Miasma fu girato, tra le foreste umide del Pacifico nord-occidentale. È l’inizio di un viaggio che ben presto smette di essere un semplice incontro professionale per trasformarsi in una discesa ipnotica dentro i fantasmi dell’horror, del desiderio e dell’identità.
Jane Schoenbrun non dirige semplicemente un film: costruisce una bomba cinematografica che esplode lentamente e trascina lo spettatore, quasi contro la sua volontà, in un universo completamente autonomo. Un mondo fottutamente folle, stratificato, profondissimo, dove ogni immagine sembra contenere un ricordo, un incubo e una confessione.
Con “Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte”, Schoenbrun ribadisce una verità spesso dimenticata: l’horror continua a essere il genere più libero, malleabile, irriverente e vitale del cinema. Qui può contenere tutto: il coming of age, il melodramma, il desiderio, la riflessione sull’identità, la cinefilia più sfrenata e persino una feroce autocritica.
L’operazione è dichiaratamente metacinematografica ed espressionista. È un gigantesco gioco di specchi in cui convivono il cinema delle origini e quello contemporaneo. C’è Murnau, ci sono i grandi mostri classici, ma soprattutto c’è tutto l’immaginario slasher che ha segnato intere generazioni. Venerdì 13 è il riferimento più evidente, con Little Death — mostruosa creatura dalla testa imprigionata in una scatola metallica traforata — che raccoglie l’eredità di Jason Voorhees reinventandola in una figura tanto assurda quanto iconica. Ma nel suo respiro affannoso e nelle soggettive assassine riaffiora anche Halloween di John Carpenter.
Eppure Schoenbrun non si limita a citare. Lo slasher viene continuamente omaggiato e contemporaneamente preso in giro. Il film rifiuta la metafora come meccanismo didascalico, salvo trasformarsi esso stesso in una gigantesca metafora sul rapporto tra spettatore, memoria e costruzione dell’identità.
Dentro questa giostra di sangue, vomito e geyser ematici, il vintage diventa una vera forma emotiva. VHS consumate, gadget, articoli di giornale, poster e reliquie pop costruiscono una mitologia che sembra respirare. Gli spettacolari titoli di testa sono già un piccolo film nel film: raccontano decenni di storia della saga senza bisogno di una sola spiegazione, semplicemente attraverso gli oggetti che ne hanno alimentato il culto.
Il cuore pulsante dell’opera, però, è il rapporto tra Kris e Billy. Gillian Anderson è semplicemente magnifica. Il suo personaggio sembra una Norma Desmond precipitata dentro uno slasher invece che in Viale del tramonto: un’attrice pietrificata dalla propria immagine, prigioniera del ruolo che l’ha resa immortale e incapace di separarsi dal proprio mito. È un “non Viale del Tramonto” attraversato da fantasmi molto più concreti, fatto di cinema, rimpianti e desideri repressi. Una delle interpretazioni più affascinanti della sua carriera.
Accanto a lei Hannah Einbinder offre una prova sorprendente nei panni di Kris, alter ego evidente della stessa Schoenbrun. La scena in cui da bambina guarda Camp Miasma sembra quasi un ricordo autobiografico trasformato in cinema. La regista racconta sé stessa attraverso un’altra regista, trasformando la cinefilia in un’esperienza emotiva prima ancora che culturale.
Lynch aleggia ovunque, mentre Twin Peaks emerge come una presenza costante nell’atmosfera sospesa e nella contaminazione tra sogno, orrore e melodramma. Ma il film dialoga anche con l’intera filmografia della regista. Se We’re All Going to the World’s Fair raccontava la solitudine digitale e I Saw the TV Glow trasformava la televisione in un manifesto identitario queer, qui è direttamente il cinema horror a diventare rifugio, ossessione e luogo in cui ridefinire sé stessi.
La scena in cui Billy e Kris guardano insieme il primo Camp Miasma è probabilmente il momento più intenso del film. La paura lascia spazio a qualcosa di molto più ambiguo: la tensione diventa erotica, quasi sensuale. In un riflesso dentro un occhio convivono sesso, morte e desiderio, le tre parole che danno forma all’intero progetto. È un’immagine che richiama l’iconografia de Il mago di Oz, ma che contemporaneamente apre la porta all’universo oscuro e fiabesco immaginato da Schoenbrun.
Naturalmente non tutto funziona con la stessa precisione. L’ironia metacinematografica, che guarda apertamente a Wes Craven e soprattutto a Scream, non sempre colpisce nel segno. In alcuni passaggi il citazionismo rischia di diventare autoreferenziale, quasi compiaciuto, e il finale avrebbe probabilmente guadagnato forza con una quindicina di minuti in meno. Sarebbe stato il film perfettamente imperfetto per eccellenza.
Ma sono difetti che incidono relativamente davanti a un’opera così coraggiosa e personale. Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte è uno di quei film che si riconoscono nei primi due minuti. Ti tende la mano, ma non fa nulla per risultare accomodante. Se ne infischia delle aspettative, delle convenzioni e perfino dello spettatore, scegliendo di seguire esclusivamente la propria visione.
Ed è proprio questa ostinazione a renderlo così vivo. Un horror che parla di cinema, di identità, di memoria e di desiderio senza mai smettere di essere profondamente horror. Un film che guarda ai classici con infinito amore, li smonta, li ricompone e li restituisce filtrati attraverso uno sguardo contemporaneo, queer e radicalmente libero.
Non perfetto. Ma vivo. E oggi, nel cinema di genere, è forse la qualità più rara di tutte.
Ilaria Berlingeri