Tra estetica compulsiva e riscrittura morale, al cinema dal 12 febbraio con Warner Bros. Pictures
A distanza di alcuni anni dagli esiti divisivi di Saltburn e dal successo più compatto di Una donna promettente, Emerald Fennell torna dietro la macchina da presa scegliendo una delle sfide più esposte e pericolose del canone letterario occidentale: Cime tempestose. Un testo che non è soltanto un romanzo, ma un deposito simbolico, un campo minato di interpretazioni, fedeltà tradite e fallimenti annunciati. La regista londinese affronta Emily Brontë senza deferenza, ma anche senza quella radicalità visionaria che sarebbe necessaria per scardinare davvero il mito: il risultato è un film che alterna intuizioni acute a un persistente sovraccarico formale, capace di sedurre l’occhio ma raramente di incidere in profondità.
Fin dalle prime sequenze, Fennell chiarisce la natura del suo progetto: Cime tempestose non viene “adattato”, bensì esibito come oggetto estetico instabile, attraversato da toni incongrui e da una tensione costante tra tragico e artificiale. L’apertura, volutamente ambigua, sembra promettere un’escalation erotica per poi ribaltarla in una scena di violenza pubblica che mescola pulsione e morte in modo programmaticamente disturbante. È un gesto dichiarativo: il film non intende rassicurare, ma neppure scavare fino in fondo. L’eccesso diventa linguaggio, ma anche limite.
Il paesaggio, da sempre elemento strutturale del romanzo di Brontë, qui perde gran parte della sua funzione simbolica per trasformarsi in scenografia astratta. Le brughiere non sono più uno spazio di rispecchiamento emotivo, bensì un fondale grafico, attraversato da colori saturi, architetture iper-stilizzate e composizioni che flirtano apertamente con il digitale. La casa degli Earnshaw, più che luogo di conflitto e memoria, assume la forma di un oggetto concettuale: geometrico, minaccioso, ma anche sorprendentemente vuoto.
Il nodo centrale resta naturalmente il rapporto tra Catherine e Heathcliff, affidati a Margot Robbie e Jacob Elordi. La loro presenza fisica è magnetica, ma l’alchimia narrativa fatica a decollare. Quando il film si allontana dalla dimensione dichiaratamente sessuale, emergono lampi di intimità autentica; al contrario, nei momenti in cui il desiderio viene esplicitato, la messa in scena scivola spesso in un erotismo patinato, più vicino al melodramma pop che alla brutalità emotiva del testo originario. Il risultato è un paradosso: un film ossessionato dal corpo che raramente riesce a renderlo davvero perturbante.
Le polemiche preventive sul presunto “whitewashing” del personaggio di Heathcliff trovano, alla prova dei fatti, una risposta più complessa di quanto ci si potesse aspettare. Privato della sua alterità etnica, Heathcliff non viene normalizzato, ma ricollocato all’interno di una gerarchia sociale che ne ribadisce l’esclusione. La sua marginalità non è più inscritta nel corpo, bensì nel ruolo: servo, subalterno, presenza tollerata ma mai legittimata. È una scelta che sposta il discorso, senza però risolverlo del tutto.
La vera intuizione del film emerge altrove, e in particolare nella riscrittura del personaggio di Nelly Dean. Interpretata da Hong Chau, Nelly non è più soltanto testimone o mediatrice, ma diventa il fulcro morale del racconto. Fennell le attribuisce un’origine illegittima e un’identità razzializzata, trasformandola nella figura che incarna tutte le linee di esclusione che attraversano la storia. È lei a governare il tempo, a decidere cosa dire e cosa tacere, a trasformare le omissioni in atti irreversibili. In questo slittamento, il film compie il suo gesto più interessante: l’alterità non è più esterna al sistema, ma inscritta al suo interno, silenziosa e operativa.
Attraverso Nelly, Cime tempestose smette di essere soltanto una tragedia passionale e si riconfigura come una storia di vendetta differita, amministrata non con la violenza diretta ma con la gestione del destino altrui. L’amore assoluto tra Catherine e Heathcliff, tradizionalmente percepito come forza primordiale e indistruttibile, viene riletto come costruzione fragile, esposta alla manipolazione e alla colpa. Il finale, lungi dal celebrare l’eternità del legame, ne suggerisce l’artificialità, quasi fosse il prodotto di una macchinazione più che di un fato inevitabile.
Eppure, proprio quando il film sembra trovare una direzione concettuale solida, torna a perdersi nel compiacimento estetico che ha sempre caratterizzato il cinema di Fennell. Ogni intuizione viene ribadita, sottolineata, decorata fino a rischiare l’asfissia. L’immagine prevale sul pensiero, il simbolo viene esibito anziché lasciato agire, e la stratificazione visiva finisce per coprire ciò che avrebbe bisogno di silenzio.
Il Cime tempestose di Emerald Fennell è dunque un’opera ambiziosa e contraddittoria: capace di leggere il classico in chiave contemporanea, ma incapace di liberarsi davvero dalle proprie ossessioni formali. Più che un tradimento o una reinvenzione radicale, è un dialogo imperfetto con l’originale, che trova momenti di autentica lucidità ma li seppellisce sotto un’estetica pensata per essere consumata, condivisa, archiviata. Un film che guarda al canone con desiderio e timore, e che finisce per restare sospeso tra il coraggio dell’idea e la prudenza dello stile.
Alessandra Broglia