Dal 9 aprile su Rai 1 una fiction che mescola poliziesco e umanità: un commissario atipico alle prese con il passato e una nuova vita
Dimenticate il classico investigatore in divisa, rigido e impeccabile. In “Uno sbirro in Appennino”, al via dal 9 aprile su Rai 1, Claudio Bisio porta in scena un commissario decisamente fuori dagli schemi: imperfetto, ironico, umano.
«Sono un figlio degli Anni 70, da studente facevo le occupazioni del liceo, quindi non ho mai amato le divise», racconta l’attore, chiarendo subito il tono del personaggio. E aggiunge: «Pur nutrendo assoluto rispetto nei riguardi delle forze dell’ordine, stavolta interpreto un commissario particolare, uno sbirro guascone».
Il suo Vasco Benassi, un tempo punta di diamante della Squadra Omicidi di Bologna, viene improvvisamente trasferito in un piccolo paese dell’Appennino bolognese, Muntagò. Un ritorno forzato alle origini, vissuto inizialmente come una punizione, che però si trasforma presto in un viaggio più profondo: quello dentro sé stesso.
Il regista Renato De Maria definisce la serie «il solito poliziesco, che però noi facciamo alla nostra maniera», sottolineando l’unicità del protagonista: «Unisce le qualità investigative del poliziotto al suo senso di umana responsabilità».
E infatti Benassi è tutto fuorché un eroe tradizionale: «È un tipo naif, brusco, a volte ha modi rudi, ma dentro di sé è un pezzo di pane», spiega Bisio. Un uomo che inciampa, sbaglia, ma non perde mai la capacità di mettersi in discussione.
A rendere ancora più vivace il racconto è il rapporto con la giovane agente Amaranta, interpretata da Chiara Celotto. «Il loro rapporto è un po’ quello di padre-figlia, di un boomer (che sono io) con una ragazza della generazione Z», ironizza Bisio, per poi aggiungere con sarcasmo: «O forse Amaranta è una specie di mia badante…».
Accanto a loro, un cast che arricchisce la trama di relazioni e sfumature emotive, tra cui Valentina Lodovini, nei panni di un amore del passato che riemerge, ed Elisa Di Eusanio, che interpreta Gaetana, cugina di Vasco e ispettrice di polizia.
La serie non è solo indagine, ma anche memoria e trasformazione. «All’inizio è arrabbiato, deluso, offeso per questo trasferimento… depresso anche», racconta Bisio. Poi qualcosa cambia: «Si scoprirà più contento… al punto che alla fine vorrà rimanere lì a tutti i costi».
Un’evoluzione che riflette anche il percorso personale dell’attore, che non dimentica le sue radici teatrali e l’incontro con Dario Fo, di cui ricorre il centenario della nascita. «Dario è stato un grande maestro», ricorda. E tra gli aneddoti, uno dei più vividi: «Una sera ho improvvisato… gli ho puntato contro il dito indice, lui ha fatto lo stesso e abbiamo iniziato a “spadaccinare”. La mia idea gli piacque e la ripetemmo nelle repliche successive».
“Uno sbirro in Appennino” si muove così su un doppio binario: da un lato il racconto investigativo, dall’altro una storia intima fatta di ritorni, seconde possibilità e legami da ricostruire. Il tutto con uno stile leggero ma mai superficiale, capace di mescolare ironia e profondità.
E forse è proprio qui la sua forza: nel raccontare che, a volte, per ritrovarsi davvero bisogna prima perdersi. Anche – o soprattutto – tra le montagne di casa.
Alessandra Broglia