Tra rider invisibili, amori ossessivi e solitudini urbane, il maestro argentino torna in scena con “Los de Ahì” e “Rabia”: due spettacoli che scavano nelle crepe del presente
C’è un teatro che consola. E poi c’è quello di Claudio Tolcachir, che invece graffia, costringe a guardare dove normalmente si distoglie lo sguardo, trascina il pubblico dentro territori emotivi scomodi e necessari. Dal 20 al 24 maggio, il Teatro India apre le sue porte a uno dei nomi più magnetici della scena internazionale con un dittico teatrale che promette di trasformare il palcoscenico in uno specchio feroce del nostro tempo.
Due opere, due universi apparentemente lontani, ma attraversati dalla stessa urgenza: raccontare l’umanità quando viene schiacciata dalla paura, dall’indifferenza e dal desiderio.
Con Los de Ahì, Tolcachir firma un’opera tesa e contemporanea che pulsa al ritmo alienante delle notifiche digitali e delle economie invisibili. I protagonisti sono quattro rider sospesi in una periferia senza identità, uomini che aspettano ordini da una macchina anonima nascosta nella boscaglia. Nessun volto, nessuna destinazione reale, soltanto coordinate su uno schermo e pacchi da consegnare in una città che li usa senza mai vederli davvero.
Nuno, Munir, Dani ed Eduardo pedalano dentro un limbo sociale dove l’esistenza sembra ridotta a una funzione automatica. Il paesaggio è desolato, quasi post-umano: una brughiera, una cabina intelligente, telefoni che decidono traiettorie e sopravvivenza. Eppure, dentro questa freddezza algoritmica, Tolcachir fa emergere qualcosa di profondamente vivo: la fragilità di chi resta ai margini, il bisogno disperato di essere riconosciuti, la paura di diventare invisibili.
Il regista argentino costruisce così un racconto che parla di immigrazione, precarietà e disumanizzazione senza mai trasformarsi in manifesto. La sua forza sta nello sguardo: ravvicinato, umano, quasi intimo. Lo spettatore non osserva semplicemente quei corpi in scena; finisce per sentirsi accanto a loro, intrappolato nella stessa attesa, nello stesso silenzio.
Ma il viaggio nel lato oscuro delle relazioni contemporanee non si ferma qui.
Dal 21 al 24 maggio arriva anche Rabia, tratto dalla novella di Sergio Bizzio, un’opera che trasforma l’ossessione amorosa in una vertigine teatrale. Qui Tolcachir non dirige soltanto: entra nella materia viva del racconto come attore e regista, insieme a Lautaro Perotti, dando forma a un’esperienza scenica ipnotica e perturbante.
Rabia è un teatro che respira nel buio, che lavora sulle tensioni invisibili, sui desideri che deformano la realtà e sulle passioni che divorano chi le attraversa. Ogni elemento — luci, suono, scenografia — sembra orchestrato per immergere il pubblico in una dimensione febbrile, dove amore e follia si confondono continuamente.
Tolcachir affronta la scena come un alchimista contemporaneo: prende la letteratura e la trasforma in carne, presenza, tensione fisica. Il risultato è un dispositivo emotivo potentissimo, capace di trascinare lo spettatore dentro una spirale di paura, desiderio e claustrofobia.
Quello che arriva a Roma non è soltanto un doppio appuntamento teatrale. È un’immersione nelle contraddizioni del presente. Da una parte gli invisibili delle metropoli digitali; dall’altra la rabbia privata che esplode nelle relazioni umane. Due spettacoli che parlano lingue diverse ma condividono la stessa ferita: quella di un’umanità che lotta disperatamente per non perdere sé stessa.
E forse è proprio qui che il teatro di Claudio Tolcachir continua a colpire con precisione chirurgica: nella capacità di ricordarci che dietro ogni anonimato esiste ancora un volto, un respiro, una storia che merita di essere ascoltata.
Alberto Leali