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Willy il Coyote ha passato una vita a inseguire Beep Beep, precipitando da dirupi, esplodendo, schiantandosi contro muri e affidandosi con incrollabile fiducia alle diaboliche invenzioni della ACME. In Coyote vs. Acme, però, cambia finalmente strategia: se il problema non è lui, ma ciò che gli vendono, perché non portare l’azienda in tribunale?
Da questa premessa nasce una commedia giudiziaria folle e sorprendentemente ambiziosa, diretta da Dave Green e prodotta da James Gunn, che trasforma uno dei grandi perdenti dell’animazione americana in un improbabile paladino della class action. L’idea, ispirata a un irresistibile articolo di Ian Frazier pubblicato sul New Yorker nel 1990, è semplice quanto geniale: prendere sul serio, con la freddezza di un procedimento legale, decenni di incidenti che nessun essere umano avrebbe potuto sopportare.
Il risultato è un film che fa ridere, ma sotto la superficie delle gag parla di qualcosa di molto meno innocente. La ACME è una gigantesca macchina industriale capace di vendere qualsiasi cosa, mentre Willy rappresenta il consumatore più vulnerabile: quello che continua a comprare anche quando tutto gli va storto. La sua battaglia contro la multinazionale diventa così una versione cartoon dello scontro tra Davide e Golia, con un piccolo particolare: Davide è un coyote ossessionato dalla propria preda e Golia è un’azienda che sembra aver comprato persino le regole del gioco.
La cosa più sorprendente è che Coyote vs. Acme riesce a far convivere questo sottotesto con una commedia fisica irresistibile. Live action, animazione 2D e CGI convivono senza trasformare l’operazione in un continuo gioco autoreferenziale. Willy non parla, Beep Beep pronuncia soltanto il suo celebre verso, eppure entrambi riescono a essere protagonisti di un film costruito intorno alle parole, alle prove e alle arringhe. È una piccola dimostrazione di intelligenza narrativa: non serve far parlare i cartoon per dare loro qualcosa da dire.
Will Forte trova nel ruolo dell’avvocato Kevin Avery il perfetto contraltare umano al Coyote, mentre John Cena si diverte nei panni di Buddy Crane, un villain tanto sorridente quanto spietato. Attorno a loro sfilano personaggi storici dei Looney Tunes, utilizzati non soltanto come cameo nostalgici, ma come tasselli di un universo in cui gli animali animati sono diventati, letteralmente, cavie industriali.
E qui il film diventa più interessante. Dietro la follia della ACME si intravede una riflessione sull’industria, sul consumo e sulla logica secondo cui ciò che è sacrificabile può essere sfruttato all’infinito. I cartoon sono apparentemente immortali, ma sentono il dolore. È una contraddizione che il film sfrutta con intelligenza, trasformando l’eterna resilienza di Willy in una metafora tutt’altro che infantile.
Poi c’è la beffa più grande: la storia raccontata dal film finisce per assomigliare alla storia del film stesso. Coyote vs. Acme è stato completato e poi destinato all’oblio dalla Warner Bros. Discovery, con l’ipotesi di trasformarlo in una perdita fiscale. Le proteste di Hollywood e del pubblico hanno riacceso l’attenzione sul progetto, fino all’acquisizione dei diritti da parte di Ketchup Entertainment. Un film che parla di una creatura schiacciata da una gigantesca corporation ha rischiato di essere schiacciato proprio da una corporation.
È probabilmente questo il dettaglio che rende Coyote vs. Acme ancora più curioso oggi: la realtà ha finito per costruire una sceneggiatura parallela.
Non è Chi ha incastrato Roger Rabbit?, e non possiede la stessa rivoluzionaria eleganza metacinematografica. Ma non deve esserlo. Il film trova una propria identità mescolando slapstick, courtroom movie, satira aziendale e malinconia, fino a trasformare l’eterno inseguimento di Willy in qualcosa di inatteso: una storia sull’ossessione, sulla dipendenza e sul bisogno di trovare un motivo per continuare a correre.
Perché forse Willy non insegue Beep Beep soltanto per mangiarlo. Forse lo insegue perché, senza quella corsa, non saprebbe più chi essere.
E allora sì, alla fine siamo tutti un po’ Willy il Coyote: prendiamo la rincorsa, sbagliamo mira, precipitiamo nel vuoto e, dopo qualche secondo, ci rialziamo. Perché nei cartoni animati, come nella vita, la vera superpotenza non è non cadere. È continuare a correre.
Ilaria Berlingeri