Il 4 giugno un’originale rilettura dall’Otello di Shakespeare e di Verdi, scritta e diretta da Francesca Tricarico
C’è un momento in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa attraversamento umano, politico, persino necessario. Accadrà il 4 giugno alle 18.30 al Teatro dell’Opera di Roma, quando il sipario del Teatro Nazionale si aprirà su Desdemona – Studio I, progetto potente e fuori dagli schemi scritto e diretto da Francesca Tricarico.
Non sarà soltanto uno spettacolo. Sarà un passaggio simbolico: per la prima volta nella storia della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, cinque attrici detenute lasceranno il carcere per salire su un palcoscenico cittadino e condividere il proprio percorso artistico con il pubblico e con le giovani artiste del programma “Fabbrica” del Teatro dell’Opera di Roma.
Le protagoniste sono le interpreti della compagnia Le Donne del Muro Alto: Clizia F., Dorota B., Irina M., Maria F. e Lucia D. Donne che il sistema penitenziario definisce attraverso una colpa, ma che qui trovano invece uno spazio di voce, presenza e trasformazione. Accanto a loro, l’attrice Luana Basilico, Bruna Arceri, il soprano Jessica Ricci e la pianista Elettra Aurora Pomponio, in un dialogo scenico che unisce musica, parola e memoria.
Lo spettacolo nasce da una collisione narrativa inaspettata e visionaria. Da una parte l’Otello di William Shakespeare, dall’altra l’opera lirica di Giuseppe Verdi, fino alla storia dimenticata della Lady Juliana, la nave che nel XVIII secolo deportò circa 250 donne dall’Inghilterra alle colonie australiane. Tre universi apparentemente lontani si intrecciano in un racconto unico sulla colpa, sul controllo sociale e sulla possibilità di essere viste oltre il giudizio.
In questa rilettura radicale, Otello quasi scompare. È Desdemona a occupare il centro della scena, trasformandosi in figura politica prima ancora che teatrale. Non più vittima silenziosa, ma dispositivo narrativo attraverso cui interrogare il nostro sguardo: quanto siamo davvero disposti ad ascoltare le donne che la società preferisce relegare ai margini?
«Non vogliamo giustificare — il reato non si giustifica mai — ma comprendere sì», spiega la regista Francesca Tricarico, che dal 2013 lavora all’interno del carcere femminile di Rebibbia con laboratori e percorsi teatrali rivolti alle detenute delle sezioni di Alta e Media Sicurezza. Un lavoro lungo oltre un decennio che ha trasformato il teatro in uno strumento concreto di reinserimento sociale, formazione e dignità professionale.
Il progetto Le Donne del Muro Alto, promosso dall’associazione Per Ananke ETS, ha costruito negli anni una rete di collaborazioni con istituzioni culturali e sociali, dalla Regione Lazio alla Fondazione Cinema per Roma, portando il teatro oltre le mura del carcere e creando occasioni reali di inclusione lavorativa.
E proprio questo “oltre” sembra essere il cuore di Desdemona – Studio I: oltre il reato, oltre la condanna, oltre le definizioni imposte. Le detenute non interpretano semplicemente un ruolo. Attraversano il confine invisibile che separa chi viene osservato da chi può finalmente raccontarsi da sé.
Le scene firmate da Sofia Sciamanna, le luci di Zofia Pinkiewicz, i costumi curati da Marina Sciarelli e le musiche originali di Gerardo Casiello costruiscono un ambiente sospeso, quasi astratto, dove il carcere non è più soltanto un luogo fisico ma una domanda collettiva sulla responsabilità dello sguardo.
Perché Desdemona – Studio I non chiede assoluzioni. Chiede qualcosa di più complesso e raro: la disponibilità a vedere l’essere umano prima dell’etichetta. E in un tempo che semplifica tutto in colpe e sentenze immediate, forse è proprio questo il gesto più rivoluzionario che il teatro possa ancora compiere.
Roberto Puntato