Al cinema dal 1º ottobre distribuito da Warner Bros. Pictures
E se il primo uomo chiamato a salvare il pianeta fosse proprio quello che lo ha distrutto?
È da questo paradosso, tanto assurdo da sembrare una barzelletta e tanto plausibile da fare paura, che prende forma Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu. Al centro della scena c’è Digger Rockwell, magnate del petrolio, miliardario, narcisista e professionista dell’autocelebrazione, interpretato da un Tom Cruise irriconoscibile. Un uomo che ha passato la vita a scavare nella Terra per arricchirsi e che, quando il conto presenta il conto, decide di scavare ancora più a fondo per trovare una via d’uscita.
Il problema è che questa volta non c’è nessuna missione impossibile. C’è un iceberg grande abbastanza da mettere in ginocchio l’Europa, una catastrofe climatica ormai fuori controllo, un presidente americano costretto a chiedere aiuto all’uomo responsabile del disastro e un sistema politico che sembra incapace di fare altro se non trasformare l’apocalisse nell’ennesimo spettacolo mediatico.
Iñárritu prende dunque il linguaggio del cinema catastrofico e lo rovescia come un guanto: invece di chiedersi come l’umanità possa salvarsi, si domanda quanto a lungo riuscirà a raccontarsi di essere ancora in grado di farlo.
E qui Digger diventa molto più interessante del suo stesso soggetto. Perché il film non ha davvero bisogno di convincerci che il mondo sia in pericolo. Il pericolo è già lì, enorme, concreto, quasi fisico. Quello che gli interessa è il comportamento degli esseri umani davanti all’evidenza. E soprattutto la loro straordinaria capacità di trasformare anche l’emergenza definitiva in una questione di immagine, consenso e narrazione.
Rockwell lo capisce prima degli altri. Non gli interessa soltanto fermare il disastro. Gli interessa stabilire come verrà ricordato. Vuole controllare il racconto della propria responsabilità, decidere il ruolo che occuperà nella storia e, possibilmente, passare da artefice della catastrofe a uomo della provvidenza.
È una forma di narcisismo talmente smisurata da diventare comica. Ma è proprio nel momento in cui ridiamo che Iñárritu comincia a farci sentire a disagio.
Se Digger ha un elemento capace di imporsi immediatamente sul resto, è Tom Cruise.
Dimenticate per un momento l’eroe atletico, il sorriso perfetto, il corpo eternamente giovane costruito attraverso decenni di cinema spettacolare. Qui Cruise sembra quasi voler fare a pezzi quell’immagine. Il volto è appesantito, i capelli sono radi e spettinati, il corpo sembra aver perso qualsiasi armonia. La postura di Rockwell è quella di un uomo che occupa troppo spazio anche quando non dovrebbe.
È una creatura grottesca, quasi oscena nella propria ostentazione. Eppure Cruise non interpreta Rockwell semplicemente come una caricatura. La sua prova funziona perché dietro l’eccesso lascia intravedere continuamente il vuoto. Ogni smorfia, ogni gesto sproporzionato, ogni esplosione di energia sembra nascondere la paura di non essere più necessario.
Rockwell vuole essere indispensabile perché non riesce a concepire un’esistenza nella quale non sia lui a decidere. È qui che la performance di Cruise acquista una dimensione quasi metacinematografica. L’attore che per decenni ha costruito uno dei corpi più riconoscibili della storia recente del cinema lo consegna a Iñárritu perché venga deformato, ridicolizzato, appesantito e trasformato nell’incarnazione di un potere ormai arrivato al proprio punto di rottura.
Il risultato è spesso esilarante, qualche volta disturbante e sorprendentemente malinconico. E soprattutto dimostra che Cruise, quando rinuncia per un momento alla propria immagine, sa essere ancora più interessante quando non sembra affatto Tom Cruise.
Iñárritu non mette in scena la fine del mondo con la gravità solenne che ci si potrebbe aspettare. La mette in scena come una farsa. Ed è una scelta fondamentale.
La politica appare impotente, la scienza viene continuamente messa all’angolo, i potenti discutono mentre il disastro avanza e ogni evento sembra immediatamente trasformarsi in materiale da comunicazione.
L’apocalisse diventa così una gigantesca conferenza stampa. In questo senso il film guarda inevitabilmente verso Il dottor Stranamore, ma non si limita a riprenderne la lezione. Kubrick osservava una civiltà terrorizzata dalla possibilità dell’autodistruzione nucleare; Iñárritu racconta una civiltà che, davanti alla propria autodistruzione, continua a comportarsi come se il problema principale fosse trovare la giusta strategia comunicativa.
Il bersaglio non è soltanto il potere. È la messa in scena del potere. E soprattutto la nostra disponibilità a crederci.
Uno dei fili più importanti del film passa attraverso il rapporto tra realtà e racconto. Rockwell comprende che non basta avere il controllo delle risorse: bisogna avere il controllo della versione dei fatti. La sua idea è semplice e terribile: se riesci a determinare ciò che le persone credono stia accadendo, hai già conquistato una parte della realtà.
Il film, però, non si accontenta di denunciare questa logica. La mette alla prova. E qui entra in gioco la componente più ambigua di Digger, quella che è meglio non spiegare troppo. Perché Iñárritu comincia progressivamente a insinuare il dubbio che il problema non sia soltanto chi racconta la realtà, ma se noi spettatori siamo ancora capaci di riconoscerla quando qualcuno ce la racconta.
È un passaggio che riporta inevitabilmente al cinema di Birdman e Bardo, dove la rappresentazione non è mai soltanto uno strumento narrativo, ma diventa una trappola. In Digger, però, la trappola assume una forma ancora più politica. Se tutto è spettacolo, anche la denuncia dello spettacolo può diventare spettacolo. E se anche la satira viene assorbita dal sistema che prende in giro, allora ridere del potente potrebbe non essere sufficiente.
C’è poi una scena particolarmente significativa nella quale Rockwell si confronta con il tema della responsabilità collettiva. Il suo ragionamento è provocatorio perché parte da una verità difficile da liquidare: il sistema dei combustibili fossili non esiste soltanto grazie ai suoi produttori, ma anche grazie a una società che da quel sistema trae comodità, energia, mobilità e benessere.
Naturalmente questo non cancella le responsabilità specifiche di chi possiede il potere economico e decisionale. Ma impedisce allo spettatore di rifugiarsi troppo comodamente nella figura del singolo colpevole.
È una delle intuizioni migliori del film. Perché il cattivo assoluto è rassicurante. Permette di puntare il dito, indignarsi e poi tornare a casa. Molto più scomodo è scoprire che il problema è un sistema nel quale siamo tutti, in misura diversa, coinvolti. Iñárritu non trasforma questa consapevolezza in una predica ecologista. La usa piuttosto come una bomba a orologeria dentro la satira.
Rockwell può accusare tutti di ipocrisia. Ma proprio mentre lo fa, diventa evidente quanto sia interessato a usare quella verità per salvare se stesso. È questo il suo talento più pericoloso: riuscire a dire qualcosa di vero per costruire una menzogna ancora più efficace.
Naturalmente, Digger porta con sé anche tutti i difetti del cinema di Iñárritu. Il regista messicano non conosce quasi mai la parola “sottrazione”. Ama le immagini enormi, i movimenti di macchina elaborati, le scenografie iperrealistiche, le performance spinte fino al limite, il sonoro che avvolge e aggredisce contemporaneamente.
Persino quando il film vorrebbe fermarsi a riflettere, qualcosa continua a muoversi. È una scelta che può risultare affascinante e irritante nello stesso momento. Ma forse è proprio questo il punto. Perché Digger racconta un mondo incapace di fermarsi e lo fa attraverso un cinema incapace di stare fermo.
L’eccesso diventa quindi non soltanto uno stile, ma una forma di discorso. Il film è pieno di immagini che sembrano sul punto di esplodere, di personaggi che sembrano recitare davanti a un pubblico invisibile, di ambienti che hanno qualcosa di artificiale e teatrale. Tutto appare costruito perché, in fondo, tutto è costruito. Anche la fine del mondo.
La cosa più sorprendente di Digger è forse che non vuole essere un film semplicemente “contro” qualcuno. Non è soltanto contro i petrolieri, contro i politici, contro i miliardari, contro i media o contro chi nega la crisi climatica. È contro il nostro bisogno di semplificare.
Abbiamo bisogno del cattivo perché ci piace pensare che, eliminato lui, il problema scompaia. Abbiamo bisogno del salvatore perché l’idea di dover cambiare davvero ci spaventa. Abbiamo bisogno di una narrazione perché la realtà, quando è troppo grande, diventa quasi impossibile da sostenere.
E allora arriva Digger Rockwell. Ci dice che ha tutto sotto controllo. Ci promette che il disastro può essere trasformato in un’opportunità. Ci chiede di guardarlo. E noi lo guardiamo. È qui che il film trova la sua vena più nera: nel sospetto che forse anche noi facciamo parte dello spettacolo.
Digger non è un’opera perfettamente equilibrata. La sua durata, la sua insistenza e una certa tendenza alla magniloquenza possono mettere alla prova lo spettatore. Alcune idee vengono sottolineate più volte, alcuni personaggi sembrano esistere soprattutto per alimentare il grande dispositivo satirico costruito attorno a Rockwell.
Ma sarebbe un errore confondere queste imperfezioni con una mancanza di ambizione. Iñárritu vuole fare un film enorme su una crisi enorme e accetta il rischio di risultare eccessivo.
A volte esagera. A volte si compiace. A volte sembra innamorato della propria stessa messinscena. Ma proprio questa ostinazione rende Digger un oggetto cinematografico difficile da liquidare.
Perché sotto la superficie di questa commedia apocalittica c’è un’idea molto più cupa: forse la catastrofe non comincia quando il mondo finisce, ma quando smettiamo di distinguere ciò che accade da ciò che ci viene raccontato.
E allora il titolo assume un significato ulteriore. Digger è l’uomo che scava. Scava nella Terra, scava nel denaro, scava nel potere, scava nella propria immagine. E alla fine scava anche dentro la realtà, fino a trovare qualcosa di ancora più inquietante del disastro che cercava di nascondere.
Forse non c’è nessuna via d’uscita. Forse c’è soltanto un’altra storia da raccontare. E qualcuno, naturalmente, è già pronto a venderci il biglietto.
Ilaria Berlingeri