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C’è qualcosa di paradossale nel nuovo film di Steven Spielberg. Per oltre mezzo secolo il regista americano ha costruito il proprio cinema attorno a ciò che non si vede: una luce dietro una porta, un’ombra nel cielo, una creatura che resta fuori campo quel tanto che basta a trasformarsi in leggenda. In Disclosure Day, invece, sembra accadere il contrario. Spielberg non vuole più custodire il mistero. Vuole aprirlo. E lo fa raccontando la storia più spielberghiana possibile: una verità impossibile da contenere.
Daniel Kellner, esperto di sicurezza informatica interpretato da Josh O’Connor, entra in possesso di documenti che dimostrerebbero come il governo statunitense abbia nascosto per quasi ottant’anni l’esistenza di forme di vita extraterrestri. Una scoperta destinata a cambiare il mondo. O forse a distruggerlo. Mentre viene inseguito da funzionari governativi disposti a tutto pur di fermarlo, il suo destino si intreccia con quello di Margaret Fairchild (Emily Blunt), meteorologa televisiva improvvisamente colpita da fenomeni inspiegabili: parla lingue sconosciute, percepisce pensieri altrui e sembra diventare il tramite di qualcosa che trascende l’umano.
Da qui nasce un racconto che oscilla continuamente tra thriller, fantascienza, parabola spirituale e favola contemporanea. Eppure gli alieni, almeno all’apparenza, sono quasi un dettaglio. Il vero oggetto del film è la verità. Non quella scientifica. Non quella politica. Ma quella emotiva.
Spielberg costruisce un mondo sull’orlo del collasso: crisi internazionali, paura diffusa, sfiducia nelle istituzioni, incapacità di ascoltare chi la pensa diversamente. È un universo in cui tutti osservano e nessuno comprende davvero. Non sorprende allora che il regista riempia l’inquadratura di superfici riflettenti, vetri, monitor, specchi e schermi. Ogni immagine sembra filtrata da qualcosa. Ogni persona appare separata dagli altri da uno strato invisibile.
La grande ossessione di Disclosure Day non riguarda ciò che è nascosto negli archivi segreti, ma ciò che si è perso nei rapporti umani. La parola chiave è empatia.
Spielberg la pronuncia senza ironia e senza paura di sembrare retorico. Anzi, la mette al centro del film con una sincerità quasi disarmante. È una scelta che può apparire ingenua, perfino schematica. I buoni sono molto buoni, i cattivi molto cattivi, e alcune dinamiche narrative procedono con una linearità quasi archetipica. Ma è proprio questa assenza di cinismo a rendere il film interessante.
A quasi ottant’anni, Spielberg sembra aver smesso di preoccuparsi della complessità morale come fine in sé. Gli interessa altro. Gli interessa capire se l’umanità sia ancora capace di guardarsi negli occhi.
In questo senso Disclosure Day sembra un collage emotivo della sua intera filmografia. Ci sono le chiamate irresistibili di Incontri ravvicinati del terzo tipo, la meraviglia infantile di E.T., le paranoie governative di Minority Report, il desiderio di evasione di Hook, l’ossessione per la comunicazione e per il linguaggio che attraversa tutta la sua opera. Perfino The Fabelmans riaffiora qua e là, come se il regista stesse ripercorrendo i propri ricordi artistici alla ricerca di una risposta definitiva.
Non tutto funziona. Alcuni effetti digitali risultano sorprendentemente fragili. Certi momenti d’azione sembrano meno fluidi di quanto ci si aspetterebbe da un autore di questa esperienza. Alcune immagini sfiorano l’autocitazione. Eppure, anche nei passaggi più incerti, Spielberg possiede ancora un’arma che pochissimi registi contemporanei sanno usare con la stessa naturalezza: la capacità di suscitare stupore. Non importa quanto si conoscano i suoi meccanismi. Quando decide di colpire emotivamente, colpisce.
E allora una casa che appare e scompare diventa un gesto di pura magia cinematografica. Uno sguardo si trasforma in una rivelazione. Una nota musicale diventa un ponte tra mondi diversi. Improvvisamente non stiamo più seguendo una trama sugli UFO, ma una riflessione sul bisogno umano di credere che esista qualcosa di più grande di noi. Forse è questo il significato più profondo del titolo. Il giorno della rivelazione non riguarda gli alieni. Riguarda noi. Riguarda l’idea che la verità non sia un’informazione da possedere ma un’esperienza da condividere. Che il problema non sia ciò che ci viene nascosto, ma ciò che abbiamo smesso di vedere negli altri. Spielberg immagina un’umanità salvata non dalla tecnologia, né dalla religione, né da un’intelligenza superiore, ma dalla capacità di riconoscersi reciprocamente.
È una visione idealista. Forse perfino utopica. Ma è anche la dichiarazione di fede di un autore che, dopo decenni passati a filmare mostri, invasioni, dinosauri, guerre e meraviglie, continua ostinatamente a credere negli esseri umani.
Non so se il mondo reale meriti questa fiducia. So però che, per due ore e mezza, Spielberg riesce ancora a far venire voglia di condividerla. E forse è proprio questo il suo ultimo, autentico segreto.
Ilaria Berlingeri