Tra ironia e metacinema, un regista sfida il sistema a colpi di vespa rosa e piccoli grandi stratagemmi. In sala dal 15 gennaio con Teodora
Ali Asgari e Alireza Khatami tornano a collaborare per la scrittura di Divine Comedy, pellicola che racconta con leggerezza le difficoltà quotidiane dei cineasti non allineati in Iran. Protagonista è Bahram, regista di mezza età che, dopo aver visto nuovamente negata la possibilità di far proiettare il suo ultimo film, decide di aggirare le regole in maniera originale: insieme alla giovane produttrice Sadaf, dai capelli colorati e audaci, percorre Teheran in sella a una vespa rosa alla ricerca di un luogo dove mostrare la propria opera.
Il film è una riflessione metacinematografica sul ruolo del regista in una società rigidamente controllata. Bahram, interpretato da Bahram Ark, che in parte si mette nei panni di se stesso, affronta un sistema di censura burocratico e contraddittorio, che trova motivi assurdi per bloccare i film: un cane considerato impuro o l’uso del turco-azero nelle riprese diventano pretesti per ostacolare la diffusione dell’arte. Con ironia e leggerezza, la vicenda mostra quanto la censura possa apparire ridicola, ma al tempo stesso oppressiva, evidenziando il contrasto tra una società in rapido cambiamento e un potere religioso conservatore incapace di aggiornarsi.
Il tono del film richiama il primo Woody Allen e Nanni Moretti, con Bahram che osserva il mondo circostante con distacco e humour, mentre la sua produttrice lo accompagna con una vitalità anticonformista. Le scene in vespa, con il rosa shock del veicolo che contrasta con l’ambiente patriarcale, diventano immagini iconiche che rimandano al cinema neorealista e alla tradizione iraniana di raccontare la città attraverso i suoi spostamenti quotidiani.
Asgari non si limita a raccontare la censura, ma riflette anche sul cinema stesso, confrontando il cinema d’autore con quello commerciale. Il gemello di Bahram, Bahman, regista di successo popolare, rappresenta l’altra faccia della medaglia: chi sa piegarsi alle logiche del mercato e ottenere approvazione senza rischi. Questo dualismo mette in luce le difficoltà di un regista che vuole rimanere fedele alla propria visione, anche a costo di non vedere mai la propria opera proiettata nel proprio paese.
La sceneggiatura, firmata dagli stessi Asgari e Khatami insieme a Ark, è brillante nel costruire situazioni surreali, dialoghi taglienti e riferimenti cinefili che spaziano dal neorealismo a Godard, fino a tocchi pop come Matrix. La proiezione privata organizzata da Bahram in casa di una ricca signora amante degli animali diventa un momento simbolico: il cinema come atto di resistenza, ma anche come spazio di libertà e condivisione. La macchina da presa, spesso posizionata all’altezza del cane o del gatto presenti in scena, sottolinea l’attenzione per dettagli apparentemente innocui ma culturalmente sensibili, accentuando l’assurdità delle norme censorie.
Divine Comedy si conferma quindi un’opera che unisce leggerezza e profondità: una satira sottile sul potere e sull’industria cinematografica, capace di trasformare la frustrazione in comicità intelligente. Asgari e Khatami costruiscono un microcosmo iraniano riconoscibile, dove l’arte sfida con ironia e delicatezza un sistema che vorrebbe soffocarla. Il risultato è una commedia raffinata, ironica e al tempo stesso profondamente riflessiva, capace di far sorridere pur parlando di repressione, censura e libertà negata.
In concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2025, Divine Comedy conferma Ali Asgari come uno dei cineasti iraniani più sensibili e lucidi nel raccontare, con humour e leggerezza, la complessità della propria società e la tenacia di chi vuole fare cinema nonostante tutto.
Ilaria Berlingeri