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A Roma può succedere di tutto: che per attraversare la città ci voglia un’eternità, che un parcheggio diventi un’impresa epica, che la burocrazia assuma le sembianze di un labirinto kafkiano. E può persino succedere che, mentre cerchi una macchina rubata, tu finisca per capire qualcosa sulla persona che ami.
È da questo paradosso, molto romano e molto contemporaneo, che parte Dov’è la Fiesta?, esordio alla regia di Niccolò Gentili. Una commedia romantica che prende i codici del genere, li mette sotto osservazione e poi li fa correre — o meglio, arrancare — per le strade della Capitale.
Leo e Irene stanno insieme da tre mesi e mezzo. Abbastanza per essersi innamorati, non abbastanza per sapere cosa siano diventati. Sono nella terra di mezzo delle relazioni: quella in cui ci si bacia, si dorme insieme, si fanno fotografie da riguardare più avanti, ma prima o poi arriva la domanda che nessuno vorrebbe fare: “Noi, esattamente, cosa siamo?”
Irene, sceneggiatrice che insegna sceneggiatura per sopravvivere alla sceneggiatura della propria vita, conosce perfettamente le regole delle commedie romantiche. Sa che il vero problema arriva dopo l’innamoramento, quando bisogna decidere se avere il coraggio di trasformare un sentimento in una scelta. Leo, invece, è un attore che aspetta ancora il ruolo giusto e nel frattempo fa praticamente qualsiasi lavoro gli permetta di restare a galla.
Poi arriva il colpo di scena più banale e più efficace possibile: sparisce la Fiesta di Leo. Da quel momento il film cambia marcia. La ricerca dell’automobile diventa una specie di Odissea urbana, un viaggio attraverso commissariati, assicurazioni, uffici, equivoci e personaggi improbabili. Roma si trasforma in un gigantesco organismo che inghiotte tempo, pazienza e buonsenso. La città non è semplicemente lo sfondo della storia: è il terzo incomodo della coppia.
E proprio qui il film trova la sua intuizione migliore. La macchina scomparsa diventa la metafora di una relazione che nessuno dei due riesce ancora a definire. Mentre Leo cerca disperatamente la Fiesta, lui e Irene cercano di capire dove siano finiti loro due.
Gentili costruisce così una commedia che parla d’amore senza affidarsi soltanto alle formule dell’amore. Anzi, spesso le smonta davanti allo spettatore. Irene le conosce, le analizza, le insegna. Ma sapere come funzionano le storie romantiche non significa necessariamente saper vivere una storia romantica. È una delle contraddizioni più divertenti e malinconiche del film.
Il risultato è un racconto sospeso tra romanticismo, commedia urbana e piccolo cinema generazionale. Ci sono Roma, gli aspiranti artisti, i lavori precari, le amicizie che tengono insieme i cocci, i genitori che arrivano da fuori città con la pretesa di risolvere tutto e una burocrazia che sembra scritta apposta per sabotare qualsiasi tentativo di felicità.
Linda Caridi dà a Irene intelligenza, fragilità e soprattutto un sorprendente senso del comico. È una protagonista che può passare dalla lucidità all’insicurezza nel giro di una battuta, senza perdere mai la propria autenticità. Francesco Carril, nei panni di Leo, sceglie invece una recitazione più straniante e trattenuta, quasi fuori sincrono rispetto al ritmo della commedia. Una scelta che può dividere, ma che contribuisce a rendere Leo un personaggio spaesato, un uomo che sembra non riuscire mai a stare completamente dentro la propria vita.
Attorno a loro funziona molto bene una squadra di comprimari che dà al film energia e carattere. Sergio Pierattini, nei panni del padre di Leo, è irresistibile nel portare dentro Roma un pezzo di provincia; Daria Deflorian regala alla macchina burocratica una surreale umanità; e Giorgio Tirabassi, con la sua presenza e la sua voce, diventa quasi il nume tutelare di questa Roma caotica, affettuosa e impossibile.
La regia di Gentili è leggera senza essere distratta. Il montaggio accompagna il ritmo da commedia, mentre la fotografia di Ferran Paredes Rubio restituisce una Roma elegante ma mai da cartolina. È una città vissuta, attraversata, subita: quella dei motorini, delle strade congestionate, dei palazzi, dei piccoli bar e degli uffici dove una semplice denuncia può trasformarsi in un’avventura.
Il film dialoga apertamente con una certa tradizione della commedia italiana e con il cinema sentimentale europeo, ma non sembra interessato a copiarne i modelli. Piuttosto, li usa come materiale per raccontare una generazione che ha imparato a ironizzare sulle proprie incertezze perché spesso non sa come risolverle.
E allora Dov’è la Fiesta? diventa qualcosa di più di una commedia sulla macchina di un ragazzo sfortunato. È una storia sul momento esatto in cui l’amore smette di essere una possibilità astratta e chiede di diventare una decisione.
Perché innamorarsi, forse, è davvero la parte semplice. Il difficile è capire dove stiamo andando insieme. E a Roma, naturalmente, prima bisogna trovare parcheggio.
Alessandra Broglia