Al cinema dall’11 settembre distribuito da Universal Pictures
Con Downton Abbey: Il Gran Finale, la saga creata da Julian Fellowes chiude con grazia e malinconia un ciclo che, iniziato nel 2010 tra le sale austere della tenuta dei Crawley e i corridoi della servitù, si era già allungato oltre la fine della serie con due episodi cinematografici. Questo terzo film, diretto ancora una volta da Simon Curtis, è però qualcosa di più di una semplice appendice: è un commiato consapevole, affettuoso, e in qualche modo necessario. Come se anche i personaggi, questa volta, sapessero di essere arrivati al capolinea.
Non si tratta solo della fine di una storia, ma della fine di un’epoca. Dopo aver esplorato il passaggio dal muto al sonoro e i cambiamenti strutturali dell’aristocrazia in Una nuova era, Il Gran Finale si concentra sul crepuscolo definitivo di un mondo che resiste a stento alle trasformazioni sociali, culturali ed economiche che avanzano. E lo fa con toni più intimi che solenni, preferendo la riflessione alla retorica, e una forma di dolce abbandono alla nostalgia fine a sé stessa.
Il film si apre a Londra, in un teatro dove va in scena un’opera di Noël Coward. La famiglia Crawley occupa il palco reale, la servitù è nel loggione: una composizione visiva che suggerisce subito come le rigide gerarchie verticali del passato inizino a cedere il passo a un nuovo ordine più fluido, in cui i ruoli si mescolano, si contaminano, si trasformano. È una delle immagini chiave del film, specchio di una società in bilico tra resistenza e adattamento.
A dominare è il tema della successione, non solo materiale ma simbolica. La morte – quella di Lady Violet, già avvenuta nel secondo film ma ancora presente nei ritratti e nei ricordi – lascia il posto al tema del pensionamento. Non meno traumatico, anzi: per figure che hanno fondato la propria identità sul lavoro e sul ruolo nella struttura sociale, ritirarsi è un salto nel vuoto. Carson continua a fare capolino a Downton anche dopo il suo ritiro, la cuoca Patmore prepara Daisy a prendere il suo posto, mentre Lord Grantham fatica a lasciare le redini della tenuta, tormentato dai cambiamenti che lo circondano. Anche Cora si trova a dover gestire le macerie della propria famiglia americana, dopo che il fratello Harold ha dissipato l’eredità lasciata dalla madre.
In questo scenario si affacciano le nuove generazioni: Mary, che affronta uno scandalo da tabloid per aver chiesto il divorzio; Edith, ormai figura forte e indipendente; Tom, ex autista diventato risolutore delle questioni di famiglia; e Isobel, che prende il posto di Violet nel comitato locale, mostrando che le donne di Downton non sono solo eredi, ma artefici del cambiamento.
A rappresentare l’aria nuova che soffia sul vecchio mondo è anche la presenza di Noël Coward, interpretato con ironia e leggerezza da Arty Froushan. La sua figura – colta, brillante, queer – porta una ventata di modernità nei saloni ovattati di Downton. Forma un trio con l’attore Guy Dexter (Dominic West) e l’ex maggiordomo Thomas Barrow (Robert James-Collier), ora suo compagno, dando spazio a una narrazione più inclusiva, per quanto ancora edulcorata.
Julian Fellowes gioca con il metatesto, inserendo tra i personaggi Joseph Molesley (Kevin Doyle), ex valletto diventato sceneggiatore cinematografico, che riflette sul ruolo della scrittura e degli attori in una scena che sembra parlare direttamente dell’intera serie. È una scelta che conferisce al film una sottile autocoscienza, mai invadente ma presente, come un cenno d’intesa rivolto agli spettatori di lunga data.
Naturalmente, non tutto fila liscio. Alcuni snodi, come il subplot sul crack finanziario, appaiono un po’ affrettati o meno incisivi. Ma è chiaro che il vero cuore del film sta altrove: nei gesti piccoli, nei dialoghi cesellati, nei momenti sospesi tra passato e presente. La regia di Curtis accompagna il racconto con eleganza, evitando orpelli eccessivi, puntando invece sulla solidità del cast e sull’alchimia tra personaggi.
L’ultima parte del film è una carezza allo spettatore: una chiusura calorosa, quasi una seduta di gruppo per elaborare il lutto della fine. I titoli di coda scorrono su fotografie d’epoca dei personaggi, trasformando la finzione in memoria condivisa, come se Downton Abbey fosse davvero diventata una famiglia anche per chi la osservava da casa.
Se Downton Abbey era nato nel 1912, all’indomani del naufragio del Titanic, Il Gran Finale ci porta nel cuore degli anni ’30, tra depressione economica, divari sociali che iniziano a colmarsi e un mondo nuovo che si affaccia prepotente. Il sistema che reggeva la tenuta – e, per estensione, un’intera classe sociale – mostra le sue crepe: le regole dell’eredità non bastano più, il denaro conta più del lignaggio, e persino l’apertura mentale diventa una forma di capitale.
Fellowes, pur da convinto conservatore, riesce ancora una volta a raccontare questo passaggio con garbo, ironia e intelligenza. Il suo merito – e insieme il suo inganno – è stato sempre quello di rendere affascinante un mondo profondamente diseguale, senza mai rinnegarlo ma aprendolo quel tanto che basta a renderlo accessibile. Un trucco elegante, e per questo irresistibile.
In conclusione, Downton Abbey: Il Gran Finale è un addio consapevole, affettuoso e intelligente. Rende giustizia ai suoi personaggi, li accompagna con tenerezza verso l’uscita di scena e ci invita a riflettere su cosa si perde – e cosa si guadagna – quando il tempo cambia direzione. La tenuta resta, ma l’erba cresce sopra le vecchie orme.
Paola Canali