Al cinema dal 20 novembre con Fandango
Con Dreams, presentato in concorso alla Berlinale 2025, Michel Franco torna a esplorare le tensioni che attraversano l’identità contemporanea, intrecciando melodramma, erotismo e critica sociale. Il risultato è un’opera che colpisce per intensità visiva e per la forza dei suoi interpreti, ma che inciampa spesso nella volontà di abbracciare troppi temi senza approfondirli fino in fondo.
Il film si apre con l’arrivo clandestino di Fernando negli Stati Uniti: un giovane ballerino messicano, stremato dal viaggio, respinto persino da una cameriera che condivide le sue origini. Un incipit che suggerisce un racconto sulla marginalità, ma che presto devia verso un territorio molto diverso. Fernando, interpretato dal danzatore Isaac Hernández, non è infatti il protagonista vittima che ci si aspetterebbe: è l’amante di Jennifer, una donna benestante e culturalmente altolocata di San Francisco, incarnata da una Jessica Chastain magnetica, raffinata, tormentata.
La relazione tra i due, fatta di desiderio e diffidenza, è il fulcro del film. Franco filma la loro intimità come una coreografia che alterna seduzione e ritrosia, forza e vulnerabilità. L’alchimia funziona: Hernández porta energia fisica e dignità interiore, mentre Chastain costruisce una figura sospesa tra potere e fragilità. La regia, efficace nel suo rigore, privilegia movimenti misurati e una luce che sottolinea ogni incertezza emotiva.
Tuttavia, proprio qui emergono i limiti del film. Le dinamiche di classe e la questione migratoria — elementi che potrebbero rendere la storia davvero incendiaria — rimangono spesso a livello superficiale. Franco accenna molte piste, dalla denuncia dell’ipocrisia liberale al tema del privilegio, ma queste intuizioni restano più dichiarate che realmente integrate nel deterioramento del rapporto. Anche i riferimenti alla danza, con richiami sfumati a Il lago dei cigni e tragici amori alla Romeo e Giulietta, finiscono per essere più decorativi che sostanziali, lasciando la sensazione di un simbolismo non del tutto messo a fuoco.
Il film dà il meglio di sé quando si concentra sul conflitto interiore dei protagonisti: la paura di Jennifer di perdere il controllo, il bisogno di Fernando di essere visto oltre il pregiudizio, la tensione tra due identità in collisione. In questi momenti, Dreams trova una potenza emotiva notevole, soprattutto nel suo epilogo, duro e inevitabile, dove l’autore recupera la lucidità più spietata del suo cinema.
Al di là della storia d’amore, infatti, nel film pulsa anche un discorso più ampio: due Paesi che si osservano con desiderio e sospetto, una frontiera che non è solo politica ma anche affettiva. L’approccio di Franco apre ferite e pone interrogativi, soprattutto in un momento storico in cui la discussione sul confine tra Stati Uniti e Messico è più tesa che mai.
Ma accanto a questi pregi, restano alcune ingenuità di scrittura che avvicinano il film più alla soap di lusso che a un vero melodramma politico. Le fratture narrative, le ripicche amorose e un erotismo fin troppo costruito rischiano di smorzare la densità dei temi evocati. Le premesse, insomma, erano più esplosive del risultato finale.
Dreams è un’opera ambiziosa, irregolare, vibrante. Regala interpretazioni memorabili e alcuni momenti di intensità, ma lascia anche una scia di incompiutezza, come se Franco avesse voluto tenere insieme troppe anime senza sceglierne davvero una. Resta però un film che suscita discussione, che provoca, che invita a interrogarsi. E questo, nel cinema di oggi, è già molto.
Ilaria Berlingeri