Diretto da Pietro Marcello, sarà al cinema dal 18 settembre con PiperFilm
Con Duse, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Pietro Marcello si confronta con una figura leggendaria del teatro italiano, cercando di evitarne la cristallizzazione agiografica. Il suo obiettivo è evidente: restituire Eleonora Duse come essere umano, prima ancora che come icona. Il risultato si rivela stratificato, ma non sempre coerente, a tratti persino dissonante.
Nel tramonto della sua carriera, Eleonora Duse (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi), simbolo assoluto del teatro moderno, si confronta con il decadimento fisico e con il peso di un’immagine che la precede e la imprigiona. In un’Italia lacerata dalla Prima Guerra Mondiale e attraversata dall’avanzata del fascismo, la “Divina” si muove tra i ricordi della gloria e la consapevolezza del declino, tra un amore tormentato per Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi) e il difficile legame con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant).
Nel tentativo di sfuggire alla rigidità del biopic convenzionale, Marcello costruisce un racconto che rischia però di cadere in un altro limite: quello dell’astrazione. La Duse appare spesso come una figura sospesa, un’ombra, più che un essere umano tridimensionale. Ed anche i suoi rapporti affettivi, quello conflittuale con la figlia e quello passionale con D’Annunzio, sono accennati più che sviluppati, evocati come suggestioni anziché vissuti narrativi.
Valeria Bruni Tedeschi regala un’interpretazione intensa e tagliente, lontana dalla celebrazione agiografica: la sua Duse è esausta, vulnerabile, ma animata da una forza che resiste. È proprio in questi momenti che il film raggiunge i suoi picchi emotivi, nel racconto di una donna e di un’attrice che, pur nel declino, non smette di cercare il palco, anche quando il corpo cede.
Tuttavia, la regia di Marcello — pur forte di immagini suggestive e visivamente potenti — si scontra con una narrazione frammentaria e un ritmo contemplativo che, a tratti, smorza l’impatto emotivo. L’incanto formale rischia di trasformarsi in immobilità.
Duse è dunque un’opera ambiziosa, esteticamente affascinante ma parzialmente irrisolta. Ha il merito di sottrarsi alla didascalia, ma anche il limite di non penetrare a fondo nella complessità dei legami e delle emozioni. Il film rimane in equilibrio precario tra l’icona e la persona, tra la verità e la rappresentazione, tra il linguaggio del cinema e quello della poesia, lasciando nello spettatore il senso di un’esperienza evocativa, ma non del tutto compiuta.
Federica Rizzo