Al cinema dal 12 marzo distribuito da Trent Film
Tra le scogliere di Roquebrune-Cap-Martin, nel Sud della Francia, sorge una piccola villa bianca che nel corso del Novecento è diventata molto più di un edificio. E.1027 – progettata tra il 1926 e il 1929 dalla designer e architetta irlandese Eileen Gray insieme al compagno, il critico e architetto Jean Badovici – è allo stesso tempo un esperimento di modernità, un rifugio privato e il centro di una controversia che coinvolge uno dei nomi più influenti dell’architettura del secolo: Le Corbusier.
Il film “E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare”, diretto da Beatrice Minger e Christoph Schaub, non racconta questa storia con il linguaggio tradizionale del biopic. Al contrario, sceglie una forma ibrida che intreccia ricostruzione, materiali d’archivio e suggestioni visive per restituire non tanto una cronologia di eventi, quanto il clima culturale e creativo in cui l’opera di Gray è nata.
Invece di ricostruire minuziosamente ambienti e avvenimenti storici, i registi costruiscono un grande spazio scenico astratto, quasi teatrale. I protagonisti si muovono in ambienti essenziali che ricordano più una scena sperimentale che un set realistico. In questo spazio aperto e mentale, la vita di Gray prende forma attraverso frammenti: gesti, dialoghi, immagini proiettate, atmosfere.
Il film integra inoltre sequenze provenienti dal cinema d’avanguardia del primo Novecento – da Fernand Léger a Man Ray, passando per Jean Vigo – evocando l’energia culturale di un’epoca in cui arte, architettura e cinema si contaminavano continuamente.
La figura di Gray, interpretata da Natalie Radmall‑Quirke, emerge così non come semplice protagonista biografica ma come coscienza narrante: la sua voce fuori campo guida il racconto e restituisce pensieri, intuizioni e riflessioni maturate nel corso della sua ricerca artistica.
Al centro del film rimane naturalmente la villa E.1027. Il nome stesso è un codice affettivo: la lettera E per Eileen, il numero 10 per la J di Jean, il 2 per la B di Badovici e il 7 per la G di Gray.
Affacciata direttamente sul mare, la casa richiama nelle sue linee il profilo di una nave. Tuttavia la modernità che Gray immagina è diversa da quella dominante nell’architettura dell’epoca. Se Le Corbusier definiva l’abitazione una “macchina per abitare”, Gray concepiva lo spazio domestico come qualcosa di molto più intimo: un ambiente costruito attorno alla vita delle persone, ai loro gesti quotidiani, alla luce, agli oggetti.
Nel film questa visione emerge con forza: la casa diventa un’estensione del corpo, una presenza quasi sensibile che accompagna chi la abita. Non è un sistema geometrico perfetto ma un luogo che respira insieme alla vita quotidiana.
Il racconto si concentra anche sulla relazione complessa tra i tre protagonisti: Gray, Badovici (Axel Moustache) e Le Corbusier (Charles Morillon). Tra loro circolano ammirazione reciproca, rivalità intellettuale e tensioni più sottili.
Quando Gray abbandona la villa dopo pochi anni, Le Corbusier – affascinato dalla casa – decide di intervenire direttamente sulle sue pareti. Con il consenso di Badovici realizza una serie di grandi murales che coprono i muri originariamente lasciati bianchi dall’architetta.
Quel gesto, presentato come un omaggio, viene invece percepito da Gray come una violazione della propria opera. Nel film questo episodio diventa il punto di maggiore tensione narrativa: non solo un conflitto artistico, ma una riflessione sul potere, sull’autorialità e sulla difficoltà per una donna di affermarsi in un ambiente dominato da figure maschili.
Per molti anni il nome di Eileen Gray rimase ai margini della storia dell’architettura moderna. La villa venne spesso associata più a Badovici o allo stesso Le Corbusier che alla sua autrice. Solo alla fine degli anni Sessanta, grazie a un articolo dello storico dell’architettura Joseph Rykwert pubblicato sulla rivista Domus, il suo contributo venne finalmente riconosciuto.
Il film si inserisce proprio in questo percorso di riscoperta. Più che correggere semplicemente un errore storiografico, cerca di restituire la complessità di una personalità indipendente: designer, architetta, sperimentatrice, ma soprattutto pensatrice libera.
La scelta di un linguaggio visivo astratto permette al film di evitare la rigidità della ricostruzione storica. Gli spazi scenici, le proiezioni e la composizione delle immagini diventano strumenti per evocare la sensibilità della protagonista e il suo modo di percepire il mondo.
Ne emerge un’opera che non si limita a raccontare un edificio o un episodio controverso della storia dell’architettura. Il film riflette su cosa significhi creare, abitare e lasciare un segno nel tempo.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto la villa sulla scogliera. È l’idea che Eileen Gray aveva dell’architettura: uno spazio capace di accogliere la vita umana, di proteggerla e di amplificarne la dimensione spirituale. Un’idea che per decenni è rimasta nell’ombra, ma che oggi appare sorprendentemente attuale.
Ilaria Berlingeri