Al cinema dal 14 maggio distribuito da Fandango
E i figli dopo di loro non racconta gli anni Novanta: li dissotterra. Li strappa via dalla patina nostalgica delle compilation su cassetta e delle magliette dei Nirvana vendute nei centri commerciali per riportarli nel fango, nel sudore, nella provincia che marcisce lentamente mentre i ragazzi provano disperatamente a sentirsi vivi. I gemelli Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma trasformano il romanzo di Nicolas Mathieu in un’opera pulsante, rabbiosa, romantica e sporca, un coming of age che sembra girato con il cuore in gola.
La loro Francia periferica non ha nulla di pittoresco. È un paesaggio di altiforni spenti, parcheggi vuoti, motorini rubati, estati interminabili e silenzi familiari che fanno più male degli schiaffi. Un mondo dove gli adulti sopravvivono anestetizzandosi tra alcool e rimpianti, mentre i figli ereditano soltanto macerie emotive e occasioni perdute. In questo scenario Anthony vaga come un animale ferito: timido, impulsivo, incapace di capire davvero sé stesso, ma disperatamente umano. Paul Kircher gli regala un’intensità rara, fatta di sguardi storti, rabbia trattenuta e vulnerabilità quasi imbarazzante. Non interpreta un adolescente: sembra viverlo sulla pelle.
Il film attraversa quattro estati tra il 1992 e il 1998 come fossero quattro cicatrici. Ogni salto temporale lascia addosso ai personaggi qualcosa di irrisolto: un amore mancato, una vendetta mai consumata, un padre che non sa chiedere scusa, una classe sociale da cui è impossibile scappare. La storia tra Anthony e Steph (Angelina Woreth) non è soltanto il racconto di un primo amore, ma l’illusione feroce che basti desiderare qualcuno per colmare la distanza tra due mondi. Lei appartiene alla parte “giusta” della città, quella delle università e delle ambizioni; lui resta inchiodato alla ruggine, alla fabbrica fantasma, a un destino già scritto da altri.
I Boukherma dirigono tutto con una foga quasi fisica. La macchina da presa sfiora i volti, indugia sui corpi imperfetti, sulle stanze disordinate, sulle esplosioni di violenza improvvisa. Non cercano eleganza: cercano verità. E quando il film accelera, travolge. La straordinaria sequenza della festa del 14 luglio, illuminata dai fuochi d’artificio, ha la malinconia epica dei ricordi che continuano a bruciare anche dopo vent’anni. La semifinale dei Mondiali del ’98 diventa invece un momento di liberazione collettiva, come se per una notte perfino quella provincia dimenticata potesse credere di avere ancora un futuro.
La colonna sonora — da Red Hot Chili Peppers a Bruce Springsteen — potrebbe sembrare un accumulo nostalgico, eppure funziona proprio perché non vuole essere sottile. E i figli dopo di loro vive di eccessi: emotivi, musicali, visivi. È melodramma operaio, romanzo sentimentale e tragedia sociale nello stesso momento. E quando mostra la rabbia trasformarsi in razzismo, la povertà diventare frustrazione ereditaria, l’amore mutarsi in rimpianto, colpisce con una lucidità spaventosa.
Accanto a Kircher brillano Angelina Woreth, magnetica e irraggiungibile, e soprattutto Gilles Lellouche, monumentale nel ruolo del padre sconfitto di Anthony: un uomo consumato dalla vita che continua a cercare, goffamente, una possibilità di redenzione.
Più che un semplice film generazionale, E i figli dopo di loro è un’elegia rabbiosa dedicata a chi cresce nei luoghi che il progresso ha dimenticato. Un racconto sporco e tenerissimo sull’impossibilità di salvarsi davvero da ciò che ci ha cresciuti. E forse è proprio questo il suo colpo più duro: ricordarci che ci sono estati che non finiscono mai, anche quando il mondo intorno è già crollato.
Ilaria Berlingeri