Al cinema dal 29 gennaio con Adler Entertainment
Nella pioggia che avvolge Roma alla vigilia del 16 ottobre 1943, Elena del Ghetto apre il suo racconto scegliendo un punto di vista laterale e insieme potentissimo: quello di una donna che vede prima degli altri e prova, inutilmente, a farsi ascoltare. Elena Di Porto corre, urla, avverte. Ma è sola. Troppo scomoda, troppo libera, troppo fuori norma per essere creduta. Stefano Casertano, al suo esordio alla regia, decide di raccontare il rastrellamento del ghetto non tanto attraverso la cronaca, quanto attraverso il corpo e la voce di una figura irregolare, che la Storia ha a lungo relegato ai margini e che qui viene finalmente rimessa al centro.
Il film sceglie consapevolmente di spostare l’attenzione dalla persecuzione razziale in senso stretto alla discriminazione più ampia che colpisce chi non si conforma. Elena non è solo ebrea, è una donna indomabile: porta i pantaloni, frequenta le osterie, tira di boxe, mantiene i figli e non accetta il ruolo che la società le assegna. È questa irriducibilità a renderla “matta” agli occhi degli altri, ed è proprio da qui che il film trae la sua forza maggiore. Casertano costruisce un ritratto femminile energico e generoso, che dialoga con una tradizione cinematografica italiana ben riconoscibile, dal cinema popolare di Luigi Magni fino a certi echi neorealisti, senza mai scadere nel semplice omaggio.
Micaela Ramazzotti sostiene il film con una prova fisica e totale, scegliendo un’interpretazione istintiva, spesso debordante, ma coerente con la natura del personaggio. Attorno a lei ruota un cast solido, in cui spiccano la misura e l’intensità di Valerio Aprea e Giulia Bevilacqua, capaci di restituire un contrappunto più intimo e realistico alla furia vitale della protagonista. L’ambientazione di quartiere, i volti, i dialoghi in dialetto e la ricostruzione storica contribuiscono a creare un mondo riconoscibile, animato da un sincero desiderio di racconto popolare e di memoria condivisa.
Se qualche passaggio risulta talvolta più enfatico del necessario e il tono oscilla non sempre con equilibrio tra dramma e affresco corale, Elena del Ghetto resta un’operazione sentita e onesta. Le ambizioni sono alte e non sempre perfettamente controllate, ma è difficile non apprezzare il coraggio di riportare alla luce una figura scomoda, resistente, profondamente contemporanea nella sua inattualità. Un film che, pur con qualche ingenuità, riesce a restituire dignità e voce a chi, per troppo tempo, è stata ricordata solo come “la matta”, e che invita lo spettatore a interrogarsi su quanto spesso la verità venga ignorata quando arriva da chi non rientra nei ranghi.
Alessandra Broglia