Al cinema dal 5 marzo con Universal Pictures
Nel panorama cinematografico contemporaneo, tornare su Elvis Presley potrebbe sembrare un azzardo. Eppure con EPiC: Elvis Presley in Concert, Baz Luhrmann dimostra che il mito può ancora vibrare di energia nuova. Non è un semplice ritorno, ma una vera riaccensione.
Luhrmann non è mai stato un regista incline alla misura, e anche stavolta sceglie l’eccesso come cifra stilistica. Ma qui la sua esuberanza visiva non serve a reinventare Elvis: serve a restituirlo. Il film abbandona la forma tradizionale del biopic per trasformarsi in un’esperienza immersiva. Non si osserva la leggenda da lontano, la si vive in prima persona. Attraverso materiali d’archivio rimasterizzati, pellicole ritrovate e registrazioni riportate alla luce, Elvis torna a occupare lo spazio scenico con una presenza quasi fisica.
Il risultato è sorprendente: più che assistere a un racconto, si ha la sensazione di trovarsi sotto il palco. Il sudore, i movimenti felini, l’ironia con cui dialoga col pubblico, la potenza di una voce che riempie ogni angolo della sala. Non c’è distanza storica. Il tempo si accorcia, si piega, si annulla.
Il cuore pulsante dell’operazione è proprio questo ribaltamento di prospettiva. Elvis non è più filtrato dallo sguardo di chi lo analizza o lo mitizza: è lui a guidare il racconto, intrecciando performance e frammenti autobiografici. Ne emerge il ritratto di un artista determinato a essere riconosciuto oltre l’immagine patinata che lo ha reso celebre. La sua frustrazione, il desiderio di essere preso sul serio anche come attore e non solo come icona musicale, aggiungono spessore emotivo a un racconto che evita il tono agiografico pur celebrando la grandezza del protagonista.
Naturalmente Luhrmann sceglie di concentrarsi sulla luce più che sull’ombra. Il lato autodistruttivo resta ai margini, evocato più che esplorato. Ma questa decisione è coerente con l’impostazione del film: EPiC non è un’indagine clinica sull’uomo, è un omaggio vibrante al performer. E come tale funziona magnificamente.
Fondamentale è anche il lavoro sonoro firmato da Jeremiah Fraites. I brani vengono rielaborati con rispetto ma anche con coraggio: mix dinamici, medley costruiti con intelligenza, una pulizia acustica che amplifica la potenza originaria senza tradirla. Ogni canzone esplode in sala con una vitalità che travolge.
Visivamente, il film è un trionfo di colori, dettagli, ritmo. Il montaggio serrato, marchio di fabbrica del regista, costruisce un mosaico spettacolare che cattura l’energia quasi selvaggia degli show dal vivo. Alcuni momenti – come l’interpretazione di “Polk Salad Annie” – raggiungono un’intensità ipnotica. La macchina da presa non si limita a registrare: danza insieme a Elvis.
C’è qualcosa di profondamente emozionante nel vedere queste immagini restaurate con tale cura. La tecnologia contemporanea non cancella il passato, lo rende tangibile. Per due ore si ha l’impressione che il Re del Rock’n’Roll non appartenga alla memoria, ma al presente.
Quando le luci in sala si riaccendono, resta addosso quella sensazione rara che solo i grandi concerti sanno lasciare: un misto di euforia e nostalgia, di pienezza e desiderio di ricominciare da capo. EPiC non riscrive la storia di Elvis. Fa qualcosa di più semplice e, in fondo, più potente: ci ricorda perché quella storia continua a risuonare.
Alessandra Broglia