Dal 25 settembre al cinema distribuito da Fandango
Tra i titoli più sorprendenti e commoventi della 81ª Mostra del Cinema di Venezia, Familiar Touch ha saputo conquistare il pubblico e la giuria della sezione Orizzonti, portando a casa tre premi di peso: miglior opera prima, miglior regia e miglior interpretazione femminile.
Losangelina classe 1992, regista e coreografa, Sarah Friedland arriva al suo primo lungometraggio dopo un’esperienza diretta sia come assistente a domicilio per pazienti con disturbi della memoria, sia a partire da un lutto personale: la morte della nonna, affetta da demenza senile. Da qui nasce Familiar Touch, un film che si confronta con l’Alzheimer in modo intimo e sorprendentemente non drammatico, evitando ogni facile sentimentalismo. La protagonista è Ruth Goldman, interpretata dalla straordinaria Kathleen Chalfant (attrice teatrale qui al suo primo grande ruolo cinematografico), un’anziana donna che si avvicina all’ultima fase della sua vita entrando in una casa di riposo.
La sequenza d’apertura ha già in sé tutto il tono e lo sguardo poetico del film: Ruth si prepara con cura per quella che sembra essere una cena romantica. Quando l’uomo che l’accompagna — che scopriamo essere suo figlio Steven — la chiama “mamma” e le ricorda che è stata lei a scegliere quel posto per vivere, la realtà inizia a vacillare. Ed è proprio in questa sospensione tra ricordo e presente che il film trova la sua voce.
A differenza di The Father di Florian Zeller, che raccontava la malattia dall’interno, Familiar Touch sceglie un approccio meno concettuale, ma forse ancora più autentico: osservare la perdita di memoria come qualcosa che altera la percezione del mondo senza però cancellare del tutto l’identità. Ruth dimentica, ma non si smarrisce. Non riconosce il figlio, ma ricorda perfettamente una vecchia ricetta di borscht. Si lascia confondere dai ruoli che le vengono assegnati — madre, paziente, anziana — ma mantiene viva una sorta di nucleo resistente, un “io” profondo che continua a vibrare sotto la superficie.
Girato interamente in una vera struttura per anziani in California — la Villa Gardens di Pasadena — e coinvolgendo residenti e personale anche nella realizzazione pratica del film, Familiar Touch respira autenticità in ogni fotogramma. La regia è minimalista ma mai impersonale: Friedland dosa piani fissi e primi piani stretti con una cura estrema, trasformando lo spazio attorno a Ruth in una mappa emotiva, capace di riflettere il suo stato d’animo. I colori caldi della casa d’infanzia contrastano con le tinte neutre, sbiadite, della struttura in cui ora vive, quasi a suggerire un graduale svanire della sua presenza nel mondo.
Ma ciò che colpisce davvero è come Familiar Touch riesca a raccontare la vecchiaia non come perdita, ma come possibilità. Ruth inizia un nuovo percorso, fatto di incontri inattesi, affetti che sbocciano (come quello con l’infermiera Vanessa), momenti di gioia delicata e ritorni struggenti (il ballo con il figlio sulle note di “Don’t Make Me Over” è un colpo al cuore, insieme pudico e devastante). La fragilità non è qui una condizione di sconfitta, ma uno spazio di apertura all’altro, al contatto, alla tenerezza.
Il “tocco familiare” evocato dal titolo non si riferisce solo alla memoria del corpo, ai gesti che restano anche quando la mente vacilla, ma anche a quel linguaggio silenzioso dell’assistenza e dell’amore, capace di colmare gli abissi dell’oblio. Friedland non estetizza la malattia, ma la attraversa con uno sguardo curioso e rispettoso, dando vita a un racconto che non cerca l’empatia facile ma costruisce lentamente, con dolcezza e precisione, una relazione diretta tra spettatore e protagonista.
In un panorama cinematografico che spesso tende a ingabbiare la vecchiaia in stereotipi compassionevoli o in tragedie da camera, Familiar Touch rappresenta un gesto di grande libertà. È un’opera prima che ha il coraggio di non alzare la voce, di non forzare mai l’emozione, ma che resta impressa proprio per la sua sobrietà luminosa, per quella sua capacità rara di restituire dignità e complessità a una fase della vita troppo spesso relegata ai margini.
Alberto Leali