Beckett riletto come dramma familiare del nostro presente. Dal 20 al 25 gennaio 2026
Dal 20 al 25 gennaio 2026 il Teatro India ospita Finale di partita di Samuel Beckett, uno dei testi cardine del teatro del Novecento, presentato in una rilettura sorprendente e profondamente contemporanea firmata da Gabriele Russo. Una messa in scena che sceglie di abbandonare le interpretazioni più astratte e simboliche per avvicinarsi a una dimensione intima, concreta e dolorosamente riconoscibile.
Al centro dello spettacolo c’è una famiglia: luogo primario del conflitto, dello scontro e del non detto, da sempre epicentro della tragedia teatrale, da Sofocle fino ai nostri giorni. Hamm, Clov e i genitori confinati in due bidoni della spazzatura diventano qui i componenti di un nucleo familiare contemporaneo, costretto a convivere in uno spazio chiuso e soffocante. A dar loro corpo sono Michele Di Mauro, Alessio Piazza, Giuseppe Sartori e Anna Rita Vitolo, interpreti di una relazione logorata dal tempo, dalla dipendenza reciproca e dall’impossibilità di separarsi davvero.
Russo immagina l’azione all’interno di un appartamento-bunker, evocando in modo sottile ma inequivocabile l’esperienza collettiva della pandemia. Non ci sono riferimenti espliciti, ma il senso di reclusione, la ripetizione ossessiva dei gesti, la paura del cambiamento e dell’uscita nel mondo esterno risuonano con forza. La casa non è più un’astrazione scenica: è un luogo reale, decadente, impoverito, dove le finestre restano chiuse e i genitori sopravvivono relegati nel bagno, in una vasca che conserva l’odore del tempo e della memoria.
In questa visione, l’assurdo beckettiano smette di essere una categoria filosofica e si trasforma in condizione quotidiana. Vive nelle abitudini che tengono in piedi i personaggi, nella ritualità che anestetizza il dolore, nella comunicazione spezzata e distante. Il mondo esterno non è scomparso per un evento apocalittico, ma sembra essersi ritirato lentamente, lasciando spazio a una realtà immobile, fragile, prossima al collasso.
Il regista sceglie di confrontarsi con Finale di partita partendo da una domanda urgente: come risuona oggi questo testo, dopo il trauma globale vissuto a partire dal 2020? La risposta non cerca rifugio nell’allegoria o nella metafisica, ma si incarna nel dolore dei corpi, nelle fratture emotive, nelle cicatrici lasciate dai legami familiari messi a dura prova. La paura del futuro ha consumato il presente, rendendolo uniforme e sospeso, e la casa si è trasformata in uno spazio di sopravvivenza più che di vita.
La scena, firmata da Roberto Crea, i costumi di Enzo Pirozzi, il disegno luci di Crea e Giuseppe Di Lorenzo e il progetto sonoro di Antonio Della Ragione contribuiscono a creare un ambiente claustrofobico e tangibile, in cui tutto appare reale ma precario, come un ricordo destinato a sgretolarsi. Nulla è simbolico in modo dichiarato, e proprio per questo tutto diventa profondamente evocativo.
Questo Finale di partita non è solo una riscrittura attualizzata di Beckett, ma una radiografia del nostro tempo: una storia di dipendenza, ironia e resistenza, in cui i personaggi continuano a giocare una partita già persa, incapaci di smettere e allo stesso tempo incapaci di salvarsi. Il finale non è più un concetto teorico, ma una resa quotidiana, un gesto minimo e struggente che si compie nel rapporto con l’altro, nel tentativo — fragile e ostinato — di restare vivi.
Alberto Leali