Premiato per la miglior scenografia, i migliori costumi e migliori trucco e acconciatura
Con Frankenstein, Guillermo del Toro torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e firma uno dei progetti più intimi e ambiziosi della sua carriera. La sua rilettura del romanzo di Mary Shelley non è solo un omaggio al classico gotico, ma una profonda meditazione sull’identità, sulla solitudine e sulla fragilità dell’essere umano.
Lontano dai toni horror di molte trasposizioni precedenti, il film si muove con delicatezza tra l’angoscia e la tenerezza, sostituendo la paura con un’empatia disarmante. Ambientato tra i ghiacci del nord e le scenografie sontuose del laboratorio di Victor Frankenstein, il racconto si articola in tre atti che si rispecchiano a vicenda: l’inizio artico, il percorso dello scienziato e infine il punto di vista della Creatura.
Del Toro torna a esplorare i temi che da sempre segnano il suo cinema: il diverso che chiede di essere accolto, la paternità negata, l’amore impossibile, il desiderio di riconoscersi nello sguardo dell’altro. La costruzione visiva è, come sempre, straordinaria: il laboratorio di Victor, interamente realizzato in scenografie fisiche, è una vera meraviglia barocca, capace di rendere il fantastico qualcosa di concreto e vivido.
Jacob Elordi interpreta la Creatura con una grazia inaspettata: maestoso e insieme vulnerabile, restituisce al “mostro” un’anima dolente, privata per troppo tempo della sua complessità. Non incute terrore, ma suscita compassione. Dall’altra parte, Oscar Isaac dà volto e corpo a un Victor Frankenstein tormentato e teatrale, quasi prigioniero del suo stesso delirio di onnipotenza.
La colonna sonora di Alexandre Desplat accompagna il film con discrezione e intensità, come un battito che pulsa sotto la superficie, ricordando che ogni cicatrice porta con sé il segno della vita.
Frankenstein è un’opera visivamente potente, poetica nei suoi intenti, commossa nel suo sguardo sull’umano. Non è un film perfetto: a tratti si lascia prendere la mano dalla propria estetica, e alcuni simbolismi rischiano di appesantire la narrazione. Eppure, proprio come la Creatura che racconta, trova nella sua imperfezione la sua forza più autentica.
Al termine della visione, ciò che resta non è tanto la bellezza delle immagini — pure straordinarie — ma l’eco di un dolore universale: quello di chi cerca amore, accoglienza e perdono in un mondo che spesso risponde con l’esclusione. E proprio lì, tra le crepe della mostruosità, si cela la più profonda umanità.
Federica Rizzo