I Dardenne ritrovano il loro cinema più vivo e umano. Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, arriva in sala dal 20 novembre con Bim Distribuzione e Lucky Red
Con Giovani madri i fratelli Dardenne compiono un ritorno sorprendente al loro sguardo più limpido, capace di toccare l’essenza dell’umano senza filtrarlo attraverso allegorie o intelaiature drammaturgiche troppo marcate. Dopo alcune opere più tese e concettuali, il loro nuovo film riporta al centro ciò che, sin dagli esordi, ha definito il loro cinema: la fiducia nell’osservazione, la cura del dettaglio, la vicinanza alle persone vulnerabili.
Il punto di partenza è una ricerca condotta in una “maison maternelle” nei pressi di Liegi. Inizialmente pensato come un film incentrato su una sola giovane madre, il progetto si dilata dopo l’impatto delle storie ascoltate: cinque ragazze, ognuna con un bagaglio emotivo diverso, diventano così il fulcro del racconto. Jessica, Perla, Julie, Naïma e Ariane non condividono soltanto lo spazio fisico di una casa rifugio per ragazze madri, ma soprattutto la lotta quotidiana per non soccombere alle ferite del passato e per costruire un futuro che sembri finalmente possibile.
I Dardenne seguono ciascuna di loro senza cedere alla tentazione del film “corale” tradizionale. Piuttosto, intrecciano percorsi individuali facendo del centro di accoglienza un luogo che funziona come bussola, come punto di ritorno dopo ogni deviazione. Ciò che emerge non è un mosaico perfetto ma un insieme di traiettorie fragili e irregolari: c’è chi cerca risposte sulle proprie origini, chi tenta di recuperare un legame che svanisce, chi teme la dipendenza che può riemergere, chi affronta la povertà emotiva ed economica con lucidità disarmante. E c’è chi intraprende un cammino più lineare, ma non per questo meno significativo.
Questa volta i due registi scelgono di lasciare respirare l’imperfezione. Abbandonano la tensione controllatissima delle opere più recenti e si affidano a un metodo più aperto, quasi poroso, che permette ai gesti e ai silenzi di prendere il sopravvento sulla parola. Non costruiscono un mondo: lo ascoltano, lo accompagnano, lo lasciano accadere. La macchina da presa non rincorre i personaggi, ma cammina con loro, con una prossimità capace di restituire vibrazioni e paure, tremori e piccole epifanie.
Gli spazi attraversati dalle protagoniste – camere troppo piccole, strade percorse avanti e indietro, automobili che diventano luoghi di confessione – non sono scenografie, ma estensioni del loro stato d’animo. Il film disegna una sorta di mappa emotiva in cui i luoghi prendono senso quando si crea un legame, quando l’altro viene riconosciuto e accolto. “Famiglia” diventa così meno una condizione anagrafica e più un atto di reciproco riconoscimento.
Nei momenti più intensi, la regia cattura improvvisi gesti di cura o scatti di rabbia che rivelano mondi interiori complessi. Le giovani attrici — quasi tutte non professioniste — colpiscono per un’autenticità che non necessita mai di sottolineature: un volto che si irrigidisce, una mano che cerca, un sorriso che appare all’improvviso. La scrittura, questa volta, non impone percorsi ma li lascia emergere, superando quella rigidità che aveva appesantito Tori e Lokita.
Il film offre anche lampi di leggerezza, quasi inavvertiti ma decisivi: una poesia letta sottovoce, una musica improvvisa, un abbraccio che scioglie un nodo rimasto troppo a lungo teso. Perfino nelle scene più costruite — come la lettera destinata a una figlia futura — si percepisce un impulso emotivo genuino, che trascende la mise-en-scène per farsi confessione.
Giovani madri non cerca la salvezza né la catarsi. Interroga, accoglie, osserva. Propone una speranza che non è mai consolatoria ma nasce dalla possibilità di interrompere una ferita, di deviare un destino. È un film che restituisce ai Dardenne quella luce che sembrava offuscata nelle loro prove precedenti: una chiarezza morale che non giudica e non guida, ma lascia emergere la vita così com’è.
Con un gesto umile e al tempo stesso potentissimo, i due cineasti ricordano che guardare davvero qualcuno è già una forma di cura. È qui, forse, che Giovani madri trova la sua forza più luminosa: nella capacità di farsi vicino senza invadere, di ascoltare senza chiedere, di mostrare senza forzare. Un cinema che torna a pulsare come un cuore, fragile e necessario.
Paola Canali