Premiato con il Nastro della legalità 2026 da parte dei Giornalisti Cinematografici, arriva al cinema dal 2 al 4 febbraio con Fandango
In Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, il cinema sceglie una strada netta: rinuncia all’enfasi emotiva facile e alla retorica dell’indignazione per affidarsi alla precisione dei fatti. È un’opera che non alza la voce, ma proprio per questo risulta più incisiva. La tragedia di Giulio Regeni non viene spettacolarizzata; viene invece ricostruita con rigore, lasciando che siano documenti, testimonianze e silenzi a parlare.
Il film si apre su una dichiarazione destinata a restare impressa: quella di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, che davanti alla Corte d’Assise di Roma riconosce come, in un contesto autoritario, persino la ricerca accademica possa essere percepita come una minaccia. È uno dei pochi momenti apertamente carichi di pathos, quasi teatrale, in un racconto che per il resto mantiene un tono controllato e sobrio. Una scelta coerente con l’impostazione del documentario, che evita commenti esterni e affida ogni valutazione alle parole dei protagonisti coinvolti.
La narrazione si muove lungo due traiettorie parallele. Da un lato c’è la voce instancabile dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, affiancati dall’avvocata Alessandra Ballerini: una richiesta di verità che negli anni è diventata inevitabilmente pubblica, ma senza mai perdere misura e dignità. Dall’altro lato, il film segue il percorso giudiziario avviato in Italia nel 2024, un processo complesso e fragile, celebrato in assenza degli imputati, tutti alti funzionari dei servizi di sicurezza egiziani accusati del sequestro, della tortura e dell’omicidio del ricercatore.
Tra questi due piani si inserisce un lavoro accurato sugli archivi: immagini spesso sgranate, riprese amatoriali, video e audio che restituiscono non solo i fatti, ma anche il clima politico dell’Egitto post-primavera araba. Piazza Tahrir, simbolo di una liberazione mancata, torna come sfondo lontano ma decisivo: dalla caduta di Mubarak all’ascesa di al-Sisi, fino alla progressiva chiusura di ogni spazio di dissenso. È in questo contesto che Giulio Regeni arriva al Cairo nel 2015, per una ricerca sui sindacati degli ambulanti commissionata dall’Università di Cambridge, e viene lentamente inghiottito da una macchina repressiva che lo scambia per una spia.
Il documentario ricostruisce con lucidità il meccanismo che porta al suo arresto illegale: la sorveglianza, il pedinamento, le false accuse, fino alla sparizione e alla tortura. Le versioni ufficiali egiziane, via via sempre più inverosimili, vengono smontate senza bisogno di commenti polemici. È sufficiente l’accumulo dei dati, delle incongruenze, delle prove. Particolarmente potente è l’uso di una registrazione video realizzata di nascosto da Mohamed Said Abdallah, figura chiave nel tradimento di Regeni: un documento che avrebbe dovuto incastrarlo e che invece dimostra l’esatto contrario, rivelando la natura manipolatoria dell’operazione di intelligence.
La regia di Simone Manetti lavora per sottrazione, ma non rinuncia a scelte simboliche forti. Una fermata della metropolitana, una lettera luminosa, un dettaglio urbano diventano segni inquietanti di un male impersonale e sistemico, che non ha bisogno di mostrarsi apertamente per risultare devastante. È un male che il film accosta, senza forzature, ad altre vicende italiane di violazione dei diritti umani, come quella di Stefano Cucchi, sottolineando il ruolo decisivo della tenacia familiare, del lavoro legale e della mobilitazione civile.
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo va però oltre la cronaca giudiziaria. Chiama in causa la politica italiana, le sue ambiguità, le promesse rimaste tali, gli equilibri delicati – e spesso opachi – tra ricerca della verità e interessi strategici nel Mediterraneo. Senza mai assumere un tono accusatorio diretto, il film mette lo spettatore davanti a una realtà scomoda: quella di una giustizia che fatica ad affermarsi quando si scontra con il peso delle relazioni diplomatiche e degli interessi economici.
Il risultato è un’opera che riesce a essere al tempo stesso rigorosa e profondamente etica. Non solo un resoconto di ciò che è accaduto a un giovane ricercatore italiano, ma un racconto più ampio sulla tortura come crimine universale e sulla responsabilità collettiva di non voltarsi dall’altra parte. Nel suo rifiuto della retorica e nella sua chiarezza argomentativa, il film rende omaggio al desiderio di conoscenza che animava Giulio Regeni e rilancia, con forza silenziosa, un invito preciso: non smettere di guardare, non smettere di chiedere.
Alessandra Broglia