Dal 25 giugno al cinema distribuito da Vertice360
Immaginate di essere seduti in una tavola calda qualsiasi, immersi nella rassicurante banalità di una sera ordinaria. Poi la porta si spalanca. Entra un uomo coperto di cavi, con l’aria di chi non dorme da anni e la disperazione di chi ha già perso tutto. Non chiede soldi. Non vuole ostaggi. Vuole salvare il mondo.
Da questo irresistibile presupposto prende forma Good Luck, Have Fun, Don’t Die, il ritorno alla regia di Gore Verbinski dopo una lunga assenza. Un film che sembra nato dall’incrocio impossibile tra una commedia demenziale, un disaster movie apocalittico, una satira tecnologica e un viaggio nel tempo alimentato da caffeina e paranoia.
Sam Rockwell domina la scena fin dal primo minuto. Il suo viaggiatore temporale è una figura tragicomica e irresistibile: profeta, pazzo, eroe fallito e clown cosmico insieme. Racconta di aver vissuto quella stessa notte oltre cento volte, di aver assistito alla distruzione della civiltà e di essere arrivato all’ultimo tentativo possibile per impedire che un bambino prodigio sviluppi l’intelligenza artificiale destinata a condannare l’umanità. È un monologo d’apertura che cattura immediatamente lo spettatore, costringendolo a condividere lo stesso dubbio dei clienti del diner: sta dicendo la verità oppure è completamente fuori di testa?
Verbinski costruisce il film proprio su questa incertezza, trasformando una missione impossibile in una fuga sempre più folle attraverso una Los Angeles notturna e deformata dall’incubo tecnologico. Il regista non cerca mai la misura. Al contrario, rincorre costantemente l’eccesso. Ogni idea è più assurda della precedente. Adolescenti trasformati in zombie ipnotizzati dagli smartphone. Creature mostruose nate dall’immaginario digitale. Distese di cavi che si comportano come organismi viventi. Visioni che oscillano continuamente tra il geniale e il ridicolo, tra la satira feroce e il b-movie delirante.
Ed è proprio in questa anarchia creativa che il film trova il suo fascino più autentico. Come spesso accade nel cinema di Verbinski, il caos visivo non è mai fine a sé stesso. Dietro l’esplosione di immagini si nasconde una riflessione sull’isolamento contemporaneo, sulla dipendenza dalla tecnologia e sul nostro desiderio crescente di sostituire la realtà con versioni più comode e rassicuranti di essa. Il film dialoga apertamente con opere come The Truman Show, Matrix, Terminator e Black Mirror, ma lo fa filtrando tutto attraverso una sensibilità grottesca e surreale che appartiene esclusivamente al suo autore.
Non tutto funziona alla perfezione. Nella seconda metà la narrazione tende a disperdersi, accumulando personaggi, sottotrame e rivelazioni fino a perdere parte della precisione iniziale. Alcune spiegazioni risultano semplificate e la critica all’intelligenza artificiale finisce talvolta per attribuire alla tecnologia responsabilità che appartengono soprattutto agli esseri umani. Il rischio è quello di trasformare uno strumento in un capro espiatorio, spostando l’attenzione dalle scelte delle persone ai loro prodotti.
Ma persino quando inciampa, Good Luck, Have Fun, Don’t Die continua a essere sorprendentemente vivo. Verbinski preferisce esagerare piuttosto che annoiare, spingersi oltre il limite invece di rifugiarsi nella prudenza. E in un panorama cinematografico sempre più dominato da formule prevedibili, questa è già una qualità rara.
Più che un film sull’intelligenza artificiale, è un film sulla tentazione di abbandonare la realtà. Sulla nostra disponibilità a lasciarci sedurre da mondi più semplici, più confortevoli e apparentemente migliori. Fino a una domanda finale che continua a risuonare oltre i titoli di coda: se ci venisse offerta una vita perfetta, saremmo davvero disposti a rinunciarvi solo perché non è reale?
Caotico, visionario, irregolare e spesso esaltante, Good Luck, Have Fun, Don’t Die è l’opera di un autore che continua a guardare il presente come un gigantesco luna park sull’orlo del collasso. Forse non possiede tutte le risposte che pretende di dare. Ma il viaggio che propone è così folle, imprevedibile e spettacolare da meritare comunque di essere vissuto.
Ilaria Berlingeri