Presentato in concorso nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra del Cinema Venezia, arriva nelle sale italiane dal 5 marzo con No.Mad Entertainment
Nel lessico dell’edilizia esiste un’espressione inquietante: “cancro del cemento”. Indica la reazione alcali-silice, un processo chimico che, lentamente e dall’interno, compromette la solidità di una struttura fino a farla cedere. È un’immagine che descrive perfettamente l’universo di Grand Ciel, opera prima di Akihiro Hata: un film che osserva il mondo del lavoro come un edificio apparentemente solido ma già incrinato da fratture profonde.
Il protagonista, Vincent, è un operaio assunto da poco nel cantiere di un quartiere ultramoderno destinato a diventare un simbolo di progresso e sostenibilità. Il progetto promette migliaia di posti di lavoro e una nuova prosperità urbana. Per lui, precario e desideroso di stabilità, Grand Ciel non è solo un impiego: è la possibilità di una casa, di una famiglia, di un futuro condiviso con la compagna e il figlio di lei. Accetta turni massacranti, perfino di notte, pur di non perdere terreno.
L’equilibrio si spezza quando un collega, Ousmane, svanisce nel nulla durante un turno. La direzione minimizza, evita spiegazioni, mentre tra gli operai cresce il sospetto di un incidente occultato. Saïd, il più combattivo del gruppo, pretende chiarezza; Vincent invece si chiude in un’ambiguità sempre più evidente. La prospettiva di una promozione lo spinge verso il silenzio, verso una complicità passiva che diventa il vero nodo morale del film. Quando un’altra sparizione aggrava la situazione, la tensione si trasforma in un’inquietudine diffusa e soffocante.
Hata, giapponese trapiantato a Parigi, costruisce un racconto che intreccia realismo sociale e suggestioni quasi fantascientifiche. L’influenza del cinema di Laurent Cantet è percepibile nell’attenzione ai meccanismi del potere aziendale e nella descrizione minuziosa delle dinamiche collettive, richiamando idealmente opere come Ressources humaines. Tuttavia, Grand Ciel introduce un elemento straniante: il cantiere diventa uno spazio sospeso, quasi irreale, dove l’oscurità sotterranea contrasta con la luminosità artificiale del quartiere modello.
Determinante è il lavoro sul suono. I rumori metallici, il martello pneumatico che perfora la notte, i passi nel sottosuolo costruiscono un paesaggio acustico ansiogeno che trasforma il film in un thriller industriale. Non è tanto il mistero a dominare la scena, quanto la sensazione che qualcosa di sistemico stia divorando i lavoratori, rendendoli invisibili, intercambiabili, sacrificabili.
L’ispirazione dichiarata alla vicenda reale di Mamadou Traoré, operaio interinale morto nel 2015 e rimasto a lungo senza riconoscimento, conferisce alla narrazione un peso politico preciso. Il riferimento al lavoro della CGT sottolinea come la memoria di queste vite sia spesso affidata più all’impegno sindacale che alle istituzioni o ai datori di lavoro.
Al centro resta Vincent, interpretato da Damien Bonnard con un volto chiuso e impaurito. È un personaggio difficile da amare: la sua esitazione non è eroica, ma opportunista; la sua paura non diventa mai ribellione. In lui convivono il desiderio di riscatto e l’incapacità di opporsi a un sistema che lo stritola. Il contrasto è evidente quando osserva gli annunci immobiliari o rievoca il passato del padre operaio: sogni di stabilità che si scontrano con una realtà fatta di precarietà cronica.
Non tutto funziona con la stessa efficacia. L’innesto di una dimensione più apertamente fantastica rischia talvolta di appesantire una metafora già chiara: la sparizione degli operai come simbolo di una classe sociale cancellata. E la risoluzione del mistero appare meno incisiva rispetto all’attesa costruita. Ma la forza del film non risiede nella sorpresa finale, bensì nell’atmosfera e nella lucidità con cui osserva un microcosmo dominato dalla paura e dalla competizione.
Grand Ciel è, in definitiva, un racconto cupo sul lavoro contemporaneo, sull’illusione di sicurezza e sul prezzo umano del progresso. Come una struttura minata dall’interno, mostra crepe che non si vedono subito ma che, una volta individuate, rendono impossibile ignorare il rischio di crollo. Un esordio imperfetto ma potente, capace di trasformare un cantiere in una metafora feroce del nostro presente.
Giancarlo Giove