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Il successo inatteso di Greenland aveva dimostrato come il cinema catastrofico potesse ancora trovare una via personale, lontana tanto dal puro spettacolo digitale quanto dal disastro fine a sé stesso. Ric Roman Waugh, regista solido e spesso sottovalutato, torna ora su quell’universo narrativo con Greenland 2: Migration, sequel diretto che non si limita a replicare la formula del primo film, ma prova ad allargarne l’orizzonte tematico. Se il capitolo precedente raccontava l’attesa angosciosa della fine, questa nuova incursione sposta lo sguardo su ciò che resta, interrogandosi – almeno nelle intenzioni – sulle conseguenze umane, ambientali ed emotive di un mondo ormai collassato.
Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke, la Terra è un luogo irriconoscibile. L’umanità sopravvissuta – poche centinaia di individui – è rimasta confinata in un bunker sotterraneo in Groenlandia, ormai divenuto inabitabile a causa di terremoti, tempeste elettromagnetiche e di un ambiente esterno sempre più ostile. L’aria è tossica, l’acqua scomparsa o contaminata, le malattie da esposizione radioattiva mietono vittime silenziose. In questo scenario devastato, la famiglia Garrity è costretta a rimettersi in viaggio, inseguendo una voce: la Francia potrebbe rappresentare l’ultimo avamposto di una possibile rinascita.
È qui che Migration cambia pelle. Abbandonati (quasi del tutto) i meccanismi del disaster movie classico, il film si muove verso un immaginario post-apocalittico, più fatto di spostamenti, incontri e scelte morali che di cataclismi spettacolari. Gerard Butler torna nei panni di John Garrity con una fisicità ormai familiare, caricandosi sulle spalle un personaggio sempre più prossimo a una figura-guida, se non apertamente messianica. Accanto a lui, Morena Baccarin continua a incarnare il perno emotivo del nucleo familiare, anche se la scrittura non sempre le concede lo spazio che meriterebbe.
Waugh dimostra ancora una volta una notevole solidità nella gestione della tensione e del ritmo. Il viaggio dei Garrity attraverso le wasteland europee alterna sequenze ad alta adrenalina a momenti più intimi, segnati dalla consapevolezza della perdita e dall’idea, mai del tutto scacciata, che forse non esista davvero un “dopo”. Alcune scene catastrofiche – tra tempeste e paesaggi ridotti in cenere – richiamano apertamente il cinema di Emmerich e Petersen, risultando visivamente efficaci e ben orchestrate, pur senza raggiungerne la grandiosità iconica.
Il limite principale del film sta però proprio nel suo sguardo sul post-apocalisse. Greenland 2 sembra spesso esitante nel confrontarsi fino in fondo con la radicalità della fine. La violenza, la disperazione e la disumanizzazione del mondo esterno vengono suggerite più che realmente esplorate, e alcuni personaggi secondari appaiono fin troppo “gentili” o funzionali alla progressione narrativa, smussando gli angoli più duri del racconto. Il confronto con opere come The Road resta inevitabile e, in questo senso, impietoso: qui la fine del mondo è presente, ma addomesticata, filtrata attraverso la centralità della famiglia e di un’idea di speranza che non viene mai davvero messa in crisi.
Detto questo, Migration non è un sequel pigro né un’operazione meramente commerciale. È un film coerente con il primo capitolo, che sceglie di insistere sull’elemento umano più che su quello spettacolare, anche a costo di rinunciare a un affondo più tragico e adulto. La messinscena è solida, il viaggio coinvolgente, e l’idea di interrogarsi sulle conseguenze a lungo termine della catastrofe – più che sull’evento in sé – resta uno degli aspetti più interessanti del progetto.
Greenland 2: Migration è dunque un post-apocalittico imperfetto ma sincero, che preferisce parlare di legami e resistenza piuttosto che di pura distruzione. Non rivoluziona il genere e non osa quanto potrebbe, ma riesce comunque a intrattenere e, a tratti, a emozionare. Forse non c’è davvero “vita alla fine del mondo”, ma Waugh sembra suggerire che, finché esiste qualcuno disposto a mettersi in cammino, vale ancora la pena cercarla.
Maria Grande