Candidato a 8 Premi Oscar fra cui miglior film e migliore attrice e vincitore del Golden Globe per il miglior film drammatico e per la migliore attrice in un film drammatico, arriva al cinema dal 5 febbraio con Universal Pictures
Raccontare Shakespeare senza rimanere prigionieri del mito è una sfida quasi impossibile. Hamnet – Nel nome del figlio, diretto da Chloé Zhao, riesce però a trovare una via laterale, intima e radicale: sposta lo sguardo lontano dal genio celebrato e lo posa sul vuoto che ne ha alimentato l’opera più celebre. Non l’Amleto come testo fondativo della modernità, ma la ferita privata che lo ha reso necessario.
Il film nasce dal romanzo di Maggie O’Farrell e sceglie un punto di vista tanto semplice quanto potentissimo: quello della moglie di Shakespeare, qui chiamata Agnes. È attraverso di lei che il racconto prende corpo, seguendo la vita familiare del drammaturgo nelle campagne inglesi della seconda metà del Cinquecento, fino alla tragedia che segna per sempre la coppia: la morte del figlio undicenne Hamnet. Un evento reale, storicamente attestato, che Zhao trasforma nel cuore pulsante di un’opera sul lutto, sulla memoria e sulla trasformazione del dolore in arte.
Agnes è il vero baricentro del film. Jessie Buckley le dona una presenza primitiva e magnetica: una donna visceralmente legata alla natura, capace di ascoltarne i segnali e di abitarne le ombre. Non è una figura addomesticata o rassicurante, ma un corpo attraversato da emozioni estreme, da una maternità assoluta e da un’intuizione quasi medianica. Accanto a lei, il William Shakespeare di Paul Mescal appare più fragile e sfuggente: un uomo gentile, sensibile, schiacciato da un padre violento e incapace di trovare un posto nel mondo se non attraverso le parole. Zhao costruisce così una relazione fondata su una profonda asimmetria emotiva, dove l’amore è reale ma continuamente messo alla prova dalla distanza, dall’assenza e dal dolore.
La messa in scena rifugge ogni tentazione illustrativa. La regista lavora per sottrazione, affidandosi a primi piani insistiti, a silenzi carichi di senso, a un rapporto fisico con gli elementi naturali. La fotografia di Łukasz Żal restituisce un mondo in cui il confine tra materia e spirito è costantemente poroso: boschi, campi, animali e corpi diventano parte di un unico organismo vivo, attraversato dalla minaccia costante della peste e dalla consapevolezza della morte. In questo contesto, ogni pianta può essere cura, ma nessuna è sufficiente a fermare l’inevitabile.
Il film trova la sua forza maggiore nel modo in cui mette in dialogo vita e creazione artistica senza mai renderlo didascalico. La nascita di Hamlet non è spiegata, ma intuita; non viene mostrata come un atto di genio isolato, bensì come una risposta necessaria a una perdita insopportabile. Quando il teatro entra finalmente in scena, lo fa come luogo di transito: uno spazio in cui i vivi e i morti possono ancora incontrarsi, anche solo per un istante. Il passaggio tra il dolore privato e la rappresentazione pubblica diventa allora il vero nodo emotivo del film.
La colonna sonora di Max Richter accompagna questo movimento con discrezione e potenza, offrendo una catarsi che non consola, ma apre. Zhao non cerca mai di addolcire il trauma: lo attraversa frontalmente, accettandone la violenza e la durata. È un cinema che non ha paura dell’eccesso emotivo e che rivendica una sensibilità profondamente femminile, non come etichetta, ma come forza capace di tenere insieme corporeità e trascendenza.
Dopo la parentesi poco incisiva di Eternals, Hamnet segna un ritorno folgorante alla poetica più autentica della regista di Nomadland. Un film denso, fisico, spirituale, che parla di fantasmi e di gemellaggi, di assenze che diventano presenza, di morti che generano eternità. Hamnet muore, Hamlet nasce: tra questi due poli Zhao costruisce un’opera che non si limita a raccontare Shakespeare, ma interroga il senso stesso dell’arte come risposta all’orrore del mondo.
Nel suo finale sospeso, tra foresta dipinta e palcoscenico, Hamnet sembra suggerire che forse non si può sconfiggere la morte, ma la si può guardare in faccia e trasformarla in qualcosa che resiste. Il resto, davvero, è silenzio.
Federica Rizzo