Al cinema dal 26 marzo con Wanted
Con Homebound, il regista indiano Neeraj Ghaywan interroga le fratture sociali del suo Paese attraverso una storia intima e insieme profondamente politica. A sostenere il progetto compare il nome di Martin Scorsese come produttore esecutivo, presenza che sembra riflettersi nella tensione tra respiro epico e rigore realistico che attraversa l’opera.
Il film segue Shoaib e Chandan, amici d’infanzia uniti da una condizione comune di marginalità ma divisi da appartenenze religiose e castali. Entrambi inseguono l’idea di riscatto attraverso un impiego nella polizia, simbolo di stabilità e riconoscimento sociale. Tuttavia, l’attesa snervante dei risultati e le difficoltà economiche li costringono a percorsi divergenti: uno resta intrappolato in lavori precari e discriminanti, l’altro intravede una possibilità di ascesa che però incrina il loro legame.
Ghaywan costruisce il racconto come un doppio movimento: da una parte l’analisi lucida delle strutture oppressive — caste, religione, burocrazia — dall’altra il melodramma dell’amicizia, che diventa rifugio e campo di tensione. I due protagonisti non sono semplicemente opposti (pragmatico l’uno, idealista l’altro), ma specchi deformanti di una stessa condizione, quasi indistinguibili anche fisicamente, come a suggerire l’arbitrarietà delle barriere sociali che li separano.
Dal punto di vista visivo, il film colpisce per una messa in scena solida e controllata: gli spazi – case anguste, treni sovraffollati, cantieri polverosi – diventano estensioni della condizione interiore dei personaggi. La fotografia lavora su contrasti netti e volumi definiti, restituendo un’India concreta, vissuta, lontana da ogni esotismo.
Se c’è un limite, risiede in una certa enfasi della scrittura, soprattutto nella prima parte. I dialoghi tendono a esplicitare temi e conflitti con insistenza, come se i personaggi fossero chiamati a dichiarare apertamente la propria posizione nel mondo. Questa scelta, se da un lato chiarisce le coordinate sociali, dall’altro rischia di appesantire il racconto. Con il procedere della narrazione, però, il film trova un equilibrio più sottile, affidandosi maggiormente ai silenzi e alle immagini.
L’irruzione della pandemia da Covid-19 non rappresenta tanto una svolta narrativa quanto un’amplificazione di tensioni già presenti: precarietà, disuguaglianza, immobilità sociale. In questo senso, Ghaywan evita facili scorciatoie drammatiche e mantiene uno sguardo coerente, quasi trattenuto, anche nei momenti più dolorosi.
Il regista conferma una poetica fondata sul realismo sociale e sull’osservazione dei dettagli quotidiani. L’influenza di Satyajit Ray emerge più nello sguardo umanista che nella forma, in un cinema che preferisce accumulare piccoli gesti piuttosto che cercare effetti spettacolari.
Homebound è dunque un’opera che vive di contrasti: tra denuncia e sentimento, tra parola e silenzio, tra destino individuale e struttura collettiva. Non sempre perfettamente calibrato, ma capace di restituire con forza la complessità dell’India contemporanea, trovando nella storia di due amici una chiave universale per parlare di disuguaglianza, identità e speranza.
Ilaria Berlingeri