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Con I colori del tempo, Cédric Klapisch torna dietro la macchina da presa con la leggerezza e l’intelligenza che da sempre caratterizzano il suo cinema. Dopo gli esperimenti più incerti degli ultimi anni, il regista francese ritrova qui una vena autentica, firmando un’opera corale che mescola memoria, ironia e malinconia con la sua solita, inconfondibile grazia.
Il punto di partenza è semplice: nella Francia contemporanea, quattro sconosciuti – Guy, Céline, Seb e Abdel – scoprono di essere discendenti di Adèle Meunier, una donna della fine dell’Ottocento partita dalla Normandia verso Parigi alla ricerca della madre scomparsa. Riuniti per decidere il destino della vecchia casa di famiglia, i quattro finiscono per scavare in un passato che non sapevano di condividere, ricostruendo tassello dopo tassello la storia di quella lontana antenata.
Il film si muove su due piani temporali intrecciati: la Parigi della Belle Époque, ancora sospesa tra campagna e modernità, e la Francia di oggi, dove la connessione digitale sostituisce i rapporti umani. Adèle, curiosa e intraprendente, attraversa una città in piena trasformazione, tra pittori, fotografi e salotti mondani; i suoi discendenti, invece, cercano un senso nel caos di una modernità sempre più confusa. In mezzo, un filo sottile: quello delle immagini, dei legami e del tempo che passa.
Klapisch costruisce un racconto che è al tempo stesso genealogico e artistico: una riflessione giocosa sul potere dell’immagine, sia essa dipinta o digitale, e sul modo in cui l’arte – qualunque forma assuma – contribuisce a formare la memoria collettiva. Non mancano i cliché, certo, ma l’autore li maneggia con ironia e affetto, trasformandoli in materia viva, in un gioco di rimandi tra passato e presente.
Il regista di L’appartamento spagnolo e Aria di famiglia torna qui a un tono più intimo e malinconico, ma sempre accessibile. La sua direzione d’attori è impeccabile: Vincent Macaigne guida un ensemble ricco di giovani interpreti – tra cui spicca Suzanne Lindon – in un dialogo continuo tra generazioni. C’è ritmo, c’è brio, ma soprattutto c’è quella leggerezza “impressionista” che è la sua firma: un cinema che non pretende di sconvolgere, ma di accompagnare.
Il richiamo del futuro è un film che gioca con il prevedibile senza diventarne vittima. Alterna momenti di tenerezza e lampi di umorismo sottile, fino a raggiungere un tono di malinconia luminosa. Non punta a riscrivere il cinema, ma a ricordarci qualcosa di semplice: che guardare indietro non significa restare fermi, ma capire da dove si viene per scegliere dove andare.
Nel finale, una frase racchiude tutto il senso dell’opera: “Ho inseguito il futuro, ma è il passato che mi ha fatto bene.” È la sintesi perfetta di un film che, pur senza ambire alla perfezione, riesce a scaldare il cuore e a restituire un po’ di fiducia nel potere gentile del cinema. Non un capolavoro, ma un’opera che riconcilia. E oggi, davvero, non è poco.
Ilaria Berlingeri