Un restauro integrale riporta sul grande schermo il film che nel 1965 scosse il cinema italiano, con la colonna sonora di Ennio Morricone e una scena allora censurata finalmente reintegrata
Nel 1965, con I pugni in tasca, Marco Bellocchio irrompe nel panorama cinematografico italiano con un’opera prima destinata a lasciare un segno profondo. Ambientato in una provincia immobile e opprimente, il film racconta la famiglia non come rifugio, ma come spazio di conflitto sotterraneo, frustrazione e violenza trattenuta. È un esordio che non cerca compromessi né indulgenze: Bellocchio mette in scena un malessere generazionale feroce, asciutto, diretto.
Il ritmo è irregolare, nervoso, attraversato da scarti improvvisi e accelerazioni che spiazzano lo spettatore. La vicenda privata diventa presto qualcosa di più ampio: il ritratto di un’Italia attraversata da un conformismo autoritario, cieco e soffocante. L’atmosfera è densa, claustrofobica, e accompagna chi guarda fino a un epilogo inevitabilmente tragico. A rafforzare l’identità del film contribuisce la musica di Ennio Morricone, che sottolinea tensioni e fratture senza mai addolcirle.
Oggi il film torna in sala in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, realizzata in collaborazione con Kavac Film e con il sostegno di Giorgio Armani. Il restauro restituisce l’opera nella sua integrità, reinserendo anche la controversa sequenza del bacio tra fratello e sorella, eliminata all’epoca dell’uscita per motivi censorii. Un dettaglio che accentua ulteriormente la carica provocatoria e disturbante del racconto.
La nuova distribuzione, curata da Cat People Distribuzione insieme a Cinematocco, riporta il film nelle sale a partire dal 23 marzo, offrendo al pubblico l’occasione di riscoprire un’opera che, a distanza di decenni, conserva intatta la propria forza destabilizzante.
Una tragedia familiare tra gli Appennini
Tra i paesaggi degli Appennini piacentini vive una famiglia isolata, fragile, sospesa in un equilibrio precario. Al centro c’è Alessandro, interpretato da Lou Castel: giovane epilettico inquieto e soffocato dall’ambiente domestico, matura un progetto estremo per liberarsi di ciò che percepisce come un ostacolo alla propria affermazione. Nel suo mirino finiscono la madre cieca (Liliana Gerace) e i fratelli, interpretati da Paola Pitagora e Pierluigi Troglio.
La sua ribellione non ha nulla di eroico: è un impulso autodistruttivo, un gesto disperato che travolge tutto e tutti. Bellocchio costruisce così un dramma familiare che si trasforma in atto d’accusa contro l’ipocrisia e l’immobilismo sociale. Un film che ancora oggi conserva la capacità di inquietare e interrogare, dimostrando come certi nodi – familiari e collettivi – siano tutt’altro che sciolti.
Alberto Leali