Presentato a Cannes 2025 e vincitore del César per la migliore attrice, arriva al cinema dal 16 aprile distribuito da Teodora
Il caso 137 di Dominik Moll affonda lo sguardo in una delle fratture più profonde della società contemporanea, quella tra cittadini e forze dell’ordine, e lo fa con un rigore che rifiuta ogni facile spettacolarizzazione per concentrarsi invece sui meccanismi, spesso opachi, della verità e della sua ricostruzione.
Il punto di partenza è un episodio tanto circoscritto quanto emblematico: durante una manifestazione dei gilet gialli a Parigi, un ragazzo di vent’anni, Guillaume, viene colpito alla testa da un proiettile sparato da un agente antisommossa. Non è un attivista radicale, non è un volto della protesta organizzata, ma uno dei tanti presenti quasi per caso, trascinato in una giornata che doveva avere il tono di una gita familiare e che si trasforma invece in tragedia.
Il caso finisce sulla scrivania di Stéphanie, investigatrice dell’IGPN incaricata di verificare eventuali abusi da parte della polizia, e interpretata da una straordinaria Léa Drucker, che costruisce il suo personaggio per sottrazione, lasciando emergere sotto una calma apparente una tensione morale sempre più difficile da contenere.
Moll rinuncia deliberatamente ai codici più riconoscibili del poliziesco: niente colpi di scena eclatanti, niente inseguimenti, ma un’indagine fatta di interrogatori, immagini video analizzate fino allo sfinimento, piccoli dettagli che si accumulano e aprono crepe nelle versioni ufficiali. In questo processo meticoloso prende forma un racconto corale dove ogni prospettiva trova spazio: quella degli agenti, convinti di operare in una sorta di stato di guerra permanente per difendere la Repubblica; quella dei manifestanti, esasperati da disuguaglianze crescenti e da un senso di ingiustizia che li spinge in piazza; quella dei vertici e degli apparati, pronti a rifugiarsi dietro procedure e cavilli pur di evitare conseguenze.
Il film non cerca mai scorciatoie morali, non distribuisce assoluzioni né costruisce colpevoli univoci, ma si muove in una zona grigia dove la responsabilità si frammenta e si disperde all’interno di un sistema che sembra progettato per proteggere se stesso. Al centro resta Stéphanie, figura solitaria che paga il prezzo della propria integrità, isolata dai colleghi, ostacolata dai superiori e guardata con sospetto anche da chi le è più vicino, mentre la sua ostinazione nel ricostruire i fatti assume progressivamente i contorni di un’ossessione.
Il film trova la sua forza proprio in questa tensione trattenuta, in una regia asciutta che osserva senza enfatizzare e lascia che siano i gesti minimi, i silenzi, le esitazioni a raccontare la complessità delle situazioni. In filigrana emerge una riflessione più ampia e amara sul presente: una società polarizzata, incapace di riconoscersi, in cui la fiducia nelle istituzioni si sgretola mentre cresce la tentazione di ridurre tutto a slogan, semplificazioni, distrazioni.
In questo senso Il caso 137 dialoga idealmente con opere come Sulla mia pelle di Alessio Cremonini e con il cinema più morale di Clint Eastwood, condividendo la stessa attenzione a non trasformare il dolore in spettacolo e a interrogare lo spettatore senza offrirgli risposte rassicuranti. Ne esce un’opera compatta e inquieta, che lascia addosso un senso di frustrazione lucida: non ci sono vincitori, solo individui schiacciati da dinamiche più grandi di loro, e una verità che, anche quando affiora, rischia di restare senza conseguenze reali.
Ilaria Berlingeri