Film di apertura del Bifest 2026, arriva al cinema dal 26 marzo con Vision Distribution
C’è un angelo distratto che osserva Roma dall’alto e, senza farsi notare troppo, prova a orientare i cuori degli esseri umani. È Publio Ovidio Nasone, reincarnato e un po’ ironico, a guidarci dentro Il dio dell’amore, il nuovo film di Francesco Lagi presentato al Bif&st. Un’opera che ambisce a raccontare il sentimento più universale attraverso una struttura corale, raffinata e dichiaratamente letteraria.
Il modello è esplicito: il girotondo di relazioni che richiama Il piacere e l’amore di Max Ophüls, a sua volta tratto da Arthur Schnitzler, ma trasportato nella contemporaneità romana. Qui, tra autobus in ritardo, periferie stanche e scorci monumentali mai davvero turistici, si intrecciano vite che si sfiorano, si perdono e si ritrovano, componendo un mosaico sentimentale volutamente imperfetto.
Lagi costruisce un racconto a incastro: una giornalista scopre una gravidanza inattesa, il compagno si rifugia in una relazione parallela con una studentessa, una psicoterapeuta attraversa una crisi coniugale mentre si avvicina pericolosamente a un paziente, e così via, in un continuo passaggio di testimone emotivo. Un sistema di connessioni che richiama, per certi versi, la coralità di Love Actually, ma senza indulgere nel sentimentalismo facile.
A fare da collante è la voce di Ovidio, interpretato da Francesco Colella, presenza discreta e mai invadente. Più che narratore onnisciente, è una sorta di coscienza poetica: osserva, suggerisce, talvolta devia impercettibilmente il corso degli eventi. Il suo ruolo si riduce progressivamente, lasciando spazio ai personaggi e alle loro contraddizioni, quasi a sottolineare che l’amore non ha bisogno di essere spiegato, ma semplicemente vissuto.
Visivamente, il film si muove con leggerezza tra registri diversi: macchina a mano e inquadrature più classiche convivono per restituire la frammentazione emotiva dei protagonisti. La Roma che emerge non è cartolina, ma organismo vivo: bellissimo e faticoso, accogliente e respingente insieme. Una città che dialoga idealmente con certa commedia romantica anglosassone, ma con un tono più sommesso e meno costruito.
Il vero punto di forza resta il cast, armonico e ben diretto (Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera). Accanto a volti più noti, spiccano interpretazioni fresche e misurate che danno credibilità a un intreccio complesso senza mai appesantirlo. Lagi si conferma un regista attento alle sfumature, capace di lavorare sui silenzi e sulle esitazioni più che sugli slanci dichiarati.
Non tutto, però, funziona alla perfezione. Il ritmo è diseguale e alcune traiettorie narrative restano in superficie, evitando volutamente zone più oscure o conflittuali. È una scelta coerente con il tono generale del film, ma che a tratti rischia di smorzarne l’impatto.
Eppure, Il dio dell’amore conserva un fascino raro: quello di un cinema che crede ancora nella possibilità di raccontare i sentimenti con grazia, senza cinismo e senza urlare. Come suggerisce il suo Ovidio, l’amore è movimento continuo, trasformazione incessante. Lagi lo racconta così: senza pretendere di afferrarlo davvero, ma seguendone con eleganza il ritmo imprevedibile.
Alessandra Broglia