Diretto da Stefano Lodovichi, è un ritratto d’epoca elegante e prudente, guidato da un antieroe sfuggente. Disponibile dal 23 gennaio
Arriverà su Netflix dal 23 gennaio Il Falsario, il nuovo film diretto da Stefano Lodovichi e interpretato da Pietro Castellitto, già presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. Un’opera che fin dalle prime battute dichiara la propria natura ambigua: non una verità definitiva, ma “una delle tante storie possibili”. Una precisazione tutt’altro che marginale, che diventa la chiave di lettura dell’intero film.
Ispirato liberamente alla figura reale di Antonio Chichiarelli, celebre falsario legato ad alcune delle pagine più oscure della storia italiana, il film prende le distanze dal biopic classico per costruire un racconto ibrido, sospeso tra gangster movie, dramma storico e parabola sul fallimento dell’artista. Il protagonista diventa Toni, interpretato da un Pietro Castellitto istrionico e consapevolmente sopra le righe, che arriva a Roma dalla provincia con un’idea fissa: essere riconosciuto. Non importa come, non importa da chi.
La Capitale che lo accoglie è quella degli anni Settanta, una città magnetica e contraddittoria, attraversata da fermenti culturali e tensioni politiche, dove tutto sembra possibile e nulla davvero innocente. Toni non ha il talento “giusto” per emergere nel mondo dell’arte, ma possiede un dono raro: sa imitare alla perfezione. Quadri, firme, stili. È una capacità che lo condanna e lo salva allo stesso tempo, spalancandogli le porte di un sottobosco in cui arte, criminalità e potere si confondono.
Da qui in poi Il Falsario si muove come un racconto di iniziazione rovesciato. Più Toni sale, più perde controllo. Più il suo nome circola, più il film allarga lo sguardo su una Roma infestata da presenze inquietanti: criminali legati alla Banda della Magliana, terroristi, funzionari dello Stato, intermediari senza volto. Il suo talento diventa moneta di scambio, e ogni incarico lo trascina un passo più vicino a eventi più grandi di lui, fino a sfiorare il trauma collettivo del caso Moro.
Lodovichi sceglie una messa in scena elegante e riconoscibile, fatta di colori caldi, interni fumosi, movimenti di macchina che richiamano un immaginario già ampiamente codificato dal cinema italiano degli ultimi anni. La ricostruzione storica è accurata, suggestiva, spesso affascinante. È proprio quando il film osserva il contesto – la Roma politica e criminale, i giochi di potere, le connessioni ambigue tra istituzioni e malavita – che Il Falsario dà il meglio di sé.
Meno incisivo, invece, è lo scavo psicologico del protagonista. Castellitto costruisce un Toni spaccone, ironico, fastidioso quanto basta, perfetto nel restituire l’arroganza di chi crede di poter controllare tutto. Ma il personaggio resta volutamente opaco: non si entra mai davvero nel suo vuoto, nella sua violenza latente, nelle contraddizioni più scomode. Il film lo accompagna, lo osserva, ma raramente lo mette in crisi fino in fondo. È una scelta che rende il racconto più fluido, ma anche meno disturbante di quanto potrebbe essere.
A sostenere il film è soprattutto un cast solido e ben diretto. Claudio Santamaria è glaciale e inquietante nel ruolo de “Il Sarto”, incarnazione perfetta di un potere silenzioso e indecifrabile. Edoardo Pesce dà corpo al magnetico Balbo, criminale legato alla malavita romana e alla Banda della Magliana, mentre Fabrizio Ferracane conferisce spessore e credibilità a Zu Pippo, simbolo di un mondo mafioso che agisce nell’ombra. Funzionano anche i personaggi secondari, che contribuiscono a restituire il senso di un’epoca in cui ideologia, ambizione e violenza si intrecciavano senza soluzione di continuità.
Il limite principale di Il Falsario sta forse nella sua cautela. Il film sfiora temi enormi – terrorismo, Stato, manipolazione della verità – ma raramente affonda il colpo. Preferisce restare in equilibrio tra intrattenimento e racconto storico, evitando di sporcarsi davvero le mani. È un’opera che seduce più di quanto ferisca, che affascina più di quanto inquieti.
Eppure, nella sua ambiguità, Il Falsario riesce a restituire un’immagine coerente del suo protagonista e del suo tempo: un mondo in cui tutto è copia di qualcos’altro, in cui la verità è solo una delle tante versioni possibili, e in cui il talento, se usato senza scrupoli, può diventare la forma più pericolosa di potere.
Federica Rizzo