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C’è una linea sottile, tesa come un cavo, che separa il gesto disperato dalla protesta politica, la cronaca nera dalla commedia amara. Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire nasce esattamente su quella linea e la percorre fino in fondo, trasformando un episodio dimenticato dell’America di fine anni Settanta in un racconto sorprendentemente attuale. Gus Van Sant sceglie ancora una volta una storia vera, marginale e scomoda, per interrogare il rapporto tra individuo e potere, tra umiliazione privata e spettacolarizzazione pubblica della rabbia.
L’8 febbraio 1977 Anthony “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård), quarantaquattro anni, entra nella sede della Meridian Mortgage Company di Indianapolis con un fucile nascosto in un plico. Non è uno sconosciuto: è un cliente, uno dei tanti. Chiede di parlare con il presidente della società, ma l’uomo è lontano, irraggiungibile, protetto. Al suo posto arriva il figlio Richard Hall (Dacre Montgomery), che Tony prende in ostaggio legandogli al collo un cavo di ferro collegato al grilletto dell’arma. È il famigerato “dead man’s wire”: un congegno tanto rudimentale quanto micidiale, che trasforma ogni gesto in una potenziale condanna.
Tony non è un assassino, né un criminale nel senso tradizionale. È un uomo che si sente tradito. Convinto che la Meridian abbia deliberatamente sabotato il suo progetto immobiliare per speculare sul terreno acquistato con un mutuo, chiede cinque milioni di dollari come risarcimento, delle scuse ufficiali e l’annullamento dei debiti. Vuole essere ascoltato, riconosciuto, rispettato. E per farlo sceglie il gesto estremo, sotto gli occhi della polizia e di una macchina mediatica che si attiva con rapidità famelica.
Van Sant trova in questa vicenda una materia ideale. Da sempre attratto dai perdenti, dai marginali e dai corpi fuori asse rispetto al sistema, il regista costruisce un film che oscilla continuamente tra tensione e commedia nera. Il Tony interpretato da Bill Skarsgård è pasticcione, ingenuo, persino affabile; la sua relazione con l’ostaggio è attraversata da una strana cordialità, fatta di premure e dialoghi surreali, che spiazzano e divertono. Al contrario, il vero antagonista è il potere invisibile e disumano incarnato dal padre di Richard, interpretato da Al Pacino: un uomo che antepone i principi degli affari alla vita del figlio, rifiutando perfino delle scuse.
Attorno al sequestro si muove un’America che sembra ancora comunità, ma che rivela presto la propria natura illusoria. C’è una giovane giornalista televisiva pronta a trasformare l’evento in uno scoop decisivo per la carriera, e soprattutto c’è Fred Temple (Colman Domingo), celebre dj afroamericano e voce amatissima di Indianapolis. Tony si affida a lui perché crede nel ruolo “civile” dei media, ma Fred – pur parlando di musica nera e di profezia – si rivela un perfetto ingranaggio del sistema: collabora con la polizia, non sostiene la protesta, resta comodamente dalla parte del potere. È uno dei personaggi più ambigui del film, e forse il più attuale.
Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire diventa così una riflessione sul rapporto tra immagini e realtà, tra racconto e verità. Il cavo che minaccia la vita dell’ostaggio dialoga idealmente con i fili del telefono, della radio e della televisione: strumenti che connettono, ma anche deformano. Van Sant non giudica, osserva. E aderisce emotivamente al suo protagonista senza mai trasformarlo in un eroe puro, mostrando invece il limite più grande di Tony: credere che dentro il sistema possa esistere una giustizia neutrale.
Eppure, contro ogni previsione, Tony “vince”. Il caso Kiritsis portò a una modifica delle procedure per il riconoscimento dell’infermità mentale e a un pesante danno reputazionale per la Meridian Mortgage. Un riscatto paradossale, fragile, ma reale. Non a caso, sul tavolo di casa di Tony campeggia un libro dal titolo eloquente: Urban Poor, Rural Forgotten. Dal 1977 a oggi, suggerisce il film, la rabbia non è diminuita. Ha solo cambiato forma.
Girato con una grana che rievoca il cinema degli anni Settanta, attraversato da black music e da un’ironia costante, Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire è un film umanista, gentile, sorprendentemente spassoso. Dialoga idealmente con certo cinema di Lumet e Altman, ma mantiene un tono tutto suo, più empatico e meno corrosivo. Nei titoli di coda, Van Sant inserisce le immagini reali dell’epoca, ancora più assurde della finzione: un gesto che chiude il cerchio e rafforza l’impressione che questa piccola storia dimenticata parli direttamente all’oggi.
Dopo sette anni da Don’t Worry, il regista torna con un’opera controcorrente, sincera, capace di tenere insieme intrattenimento e cronaca, commedia e tragedia. Un film che guarda al passato per interrogare il presente, come già accadeva in Elephant, e che conferma Gus Van Sant come uno dei pochi autori americani capaci di raccontare il disagio senza trasformarlo in slogan.
Ilaria Berlingeri
L’8 febbraio 1977 Anthony “Tony” Kiritsis, quarantquattro anni, entra nella sede della Meridian Mortgage Company di Indianapolis con un fucile nascosto in un plico. Non è uno sconosciuto: è un cliente, uno dei tanti. Chiede di parlare con il presidente della società, ma l’uomo è lontano, irraggiungibile, protetto. Al suo posto arriva il figlio Richard Hall, che Tony prende in ostaggio legandogli al collo un cavo di ferro collegato al grilletto dell’arma. È il famigerato “dead man’s wire”: un congegno tanto rudimentale quanto micidiale, che trasforma ogni gesto in una potenziale condanna.